|
ASSOCIAZIONE
CULTURALE FONS PERENNIS
COMMENTO
AL FILM "UNA SCOMODA VERITA'"DI AL GORE
Questo
interessante film documentario del 2006 diretto da David Guggenheim
si pone come principale obiettivo quello di spiegare in modo semplice
ed intuitivo il problema del riscaldamento globale mediante il punto
di vista di un osservatore privilegiato – l’ex vice-presidente
degli Stati Uniti d’America sotto l’amministrazione
Clinton e presidente in pectore nelle penultime elezioni presidenziali
(almeno prima della scandalosa sentenza della Corte Suprema filo-repubblicana)
– Albert Arnold Gore Jr.
Non è questa la sede idonea per soffermarci sulla componente
celebrativa del personaggio Al Gore rappresentato nel film alla
stregua di un eroe incompreso impegnato nella sua battaglia per
l’affermazione della verità: la magistrale capacità
di miscelare gli aspetti della vita privata dell’ex-vice presidente
(il dramma del figlio e della sorella, l’ingiusta sentenza
sopra citata) con la sua funzione pubblica di divulgazione è
un esempio da manuale dell’utilizzo perfetto dei media a scopo
di comunicazione. Non è un caso se – anche grazie a
questo documentario – Al Gore sia stato insignito (insieme
al Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici dell'Onu
- Ipcc) del premio Nobel per la pace nel 2007.
Ciò che più rileva in questa pellicola di 100 minuti
è il contenuto informativo della stessa; lo sforzo del nostro
contributo è stato diretto a pulire il film da tutte le tonalità
celebrative e inerenti al dibattito interno della politica americana
(molti analisti sostengono che il film lanci la volata ai democratici
per le presidenziali del 2008) per desumerne alcuni elementi di
interesse che possano influire sui nostri stili di vita.
Il presupposto scientifico di base da cui parte il documentario
è il seguente: l’atmosfera – la parte più
vulnerabile e delicata dell’ecosistema terrestre – è,
a causa del forte inquinamento atmosferico, così ispessita
da conservare il calore dei raggi del sole riflessi sulla superficie
terrestre. Tale fattore genera il cosiddetto riscaldamento globale.
L’analisi dell’evoluzione della temperatura media terrestre
dimostra che l’andamento sia perfettamente in linea con quello
del biossido di carbonio (CO2). Il problema è che la maggior
parte del biossido prodotto si trova a nord dell’equatore;
se si considera che la maggior parte della vegetazione mondiale
si trova nel medesimo emisfero, si comprende come la situazione
sia piuttosto critica.
Nel documentario si presentano alcune immagini che danno conto dello
scioglimento dei ghiacci in alcuni dei principali ghiacciai e montagne
a livello mondiale (ghiacciaio Columbia in Alaska, Kilimanjaro in
Africa, Adamello in Italia, Rhone in Svizzera …).
Un elemento di peculiare interesse da conoscere è che nell’arco
degli ultimi 650.000 anni il valore del biossido nell’atmosfera
non è mai stato superiore a 350 parti per milione; il valore
attuale si attesta intorno a 380 e i valori previsti con questi
tassi di crescita nel 2050 saranno 4 volte superiori agli attuali.
Potrà essere difficile stabilire un nesso causale sotto il
profilo scientifico, ma non può essere trascurato che i 10
anni più caldi registrati tra il 1750 ad oggi sono tutti
concentrati negli ultimi 14. L’anno più caldo di tutta
la storia è stato il 2005: in quell’occasione sono
stati 35.000 morti in Europa imputabili a tale incremento inatteso
di temperatura.
Un ulteriore fattore di interesse da non trascurare è che
il riscaldamento globale genera un incremento delle temperature
degli Oceani: tale aspetto si traduce nell’incremento del
numero di uragani, tempeste e inondazioni nell’emisfero nord.
In quello sud, si assiste invece ad un incremento della siccità;
nella medesima area, con peculiare riguardo per quella sahariana,
il riscaldamento globale genera uno spostamento geografico nelle
precipitazioni come testimoniato dalle condizioni di estrema criticità
di Stati quali il Darfur, il Niger o del lago Ciad, in precedenza
uno dei più grandi al mondo e attualmente in fase di prosciugamento.
I principali risultati del processo di riscaldamento globale sono
desumibili dall’analisi delle cosiddette regioni sentinella
– l’Artico e l’Antartide.
Nella prima si riscontra una spaccatura progressiva della calotta
e, a causa dello scioglimento del permafrost, si verifica l’impossibilità
di transito con mezzi, il crollo degli alberi e la difficoltà
di installazione di strutture fisse poiché il terreno è
sempre più morbido. Un dato può dare conto del fenomeno:
35 anni fa si poteva transitare su quest’area con mezzi gommati
per circa 225 giorni l’anno oggi solo per 75.
Dal 1970 la massa di ghiaccio della calotta si è ristretta
di circa il 40% ed entro 50-70 anni si prevede che sparirà.
Il problema è che con lo scioglimento dei ghiacci, i raggi
che prima giungevano sulla terra finiscono ormai nell’oceano
comportando ulteriori problemi della natura sopra accennata. In
termini ambientali, è stato riscontrato un fenomeno del tutto
nuovo e cioè quello dell’affogamento degli orsi polari
costretti a nuotare, a volte, per oltre 100 km prima di trovare
riposo sulle porzioni di ghiaccio residue.
Le nuove condizioni globali comportano la morte di molte specie
animali e la generazione di nuovi spazi in nicchie ecologiche: ad
esempio circa 5 milioni di ettari di alberi in Alaska sono stati
devastati da alcuni parassiti che, fino a qualche anno addietro,
venivano uccisi dalle temperature rigide. Città come Nairobi,
costruite in altura per far sì che la temperatura rigida
risolvesse il problema delle zanzare, devono affrontare questo delicatissimo
problema che porta epidemie e malattie prima inesistenti.
In ordine alla seconda regione sentinella, viene descritto l’inspiegabile
fenomeno del gennaio 2002 in cui gran parte delle barriere di ghiaccio
sono scomparse in circa trenta giorni. Cosa accadrebbe se il fenomeno
divenisse permanente facendo scomparire totalmente il ghiaccio dall’area
dell’Antartide? Si assisterebbe ad un innalzamento del livello
degli oceani di circa 6 metri; se ciò accadesse per la Groenlandia
l’innalzamento sarebbe pari a 7 metri.
In questo caso le mappe mondiali andrebbero ridisegnate: scomparirebbe
Calcutta, gran parte della Florida e della California, tutta l’Olanda
e i Paesi Bassi.
La domanda finale su cui si concentra il documentario è:
esistono delle modalità per limitare l’impatto dell’uomo
sul riscaldamento globale? La risposta è affermativa.
In costanza del fatto che la pressione demografica è un fenomeno
inarrestabile (in meno di 200 anni si passerà dal miliardo
di abitanti 1900 ai 9 del 2100), il primo elemento da considerare
è di carattere tecnologico: non si può continuare
a utilizzare tecnologie obsolete e ad alto impatto ambientale (si
pensi alle centrali elettriche a carbone molto diffuse in Cina).
Una seconda area di intervento è la volontà politica:
di tutti gli Stati avanzati, gli unici che non hanno ratificato
il protocollo di Kyoto sono gli Stati Uniti e l’Australia.
I primi sono responsabili del 30,4% dell’impatto complessivo
del riscaldamento globale.
Infine, un terzo fattore è la disinformazione: non è
assolutamente vero che c’è disaccordo tra gli scienziati
sul riscaldamento globale. Su un campione di circa mille articoli
scientifici, nessuno mette in dubbio l’esistenza del fenomeno.
Al contrario, su 626 articoli di stampa popolare, ben il 53% mette
in dubbio il fenomeno: qui è ben evidente la longa manus
lobbysitica. Non è inoltre vero che la scelta da fare è
tra prosperità economica e ambiente (come divulgato dall’amministrazione
Bush). Un esempio chiarisce il problema: le auto cinesi già
oggi sono costruite con standard ambientali più rigorosi
di quelle americane (e i tassi di sviluppo dell’economia cinese
sono ben noti) e i produttori di auto di maggior successo (Toyota
in primis) sono quelli che più si sono spinti nella ricerca
su tecnologie pulite.
Sulla base degli elementi informativi sopra sintetizzati, riteniamo
che il film documentario “Una scomoda verità”,
se pulito della retorica celebrativa da fumettone in base al quale
anche questa volta gli Stati Uniti di America salveranno il mondo
esportando la cultura dell’ambiente (come hanno fatto con
il valore della libertà), contenga tutti gli strumenti per
indurre a modificare radicalmente alcune abitudini di vita dannose
per il nostro pianeta.
In tale ottica, piuttosto suggestiva (e realistica) è la
frase con cui si conclude la pellicola: “ci sarà un
momento in cui le generazioni future si chiederanno: a cosa pensavano
i nostri genitori? Perché non si sono svegliati quando ne
avevano la possibilità? Prepariamoci sin d'ora a rispondere
a questa domanda”.
|