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NOTE SUL SESSHIN ZEN 2007

NOTE SUL SESSHIN ZEN 2006

L’URAGANO KATRINA FA CADERE LA MASCHERA DEGLI USA!

NATALIS INVICTI

EVOLUZIONISMO

 

Il campo della volontà 2007
Gabriele Pezzano

DIl campo della volontà prende questo altisonante nome da una passeggiata effettuata sui monti d’Abruzzo lo scorso anno.
Il campo non comincia la mattina, quando ci si sveglia e ci si prepara per arrivare puntuali all’appuntamento, ma la sera prima con il rituale della preparazione dello zaino; a cominciare dal vestiario di ricambio inserito in apposite buste di plastica per evitare che possa essere bagnato, facendo attenzione a non dimenticare gli abiti da neve impermeabili, per arrivare alle cibarie sempre in giusta quantità (o quasi). In quei momenti si trattiene a stento il sorriso sapendo quello che ci aspetta il giorno dopo; certo non sarà una passeggiata, ma la fatica e il sudore per la salita vengono ampiamente ripagati dallo splendido spettacolo che ci viene proposto nell’ascesa! E poi arriva; la mattina ci si alza quasi senza sentire la sveglia per quanta è la voglia di salire,quindi ci si incontra nel solito clima di allegria e si parte. Le condizioni climatiche avverse, soprattutto per un gruppo di cittadini male equipaggiati, più simili ad una comitiva di coreani in vacanza che ad una spedizione alpinistica, con zaini invernali del peso medio variabile tra i 15 e i 20 kg, hanno contribuito a mitizzare una camminata di 6/7 ore e trasformarla in esercizio superbo della volontà. La spedizione non poteva avere esito diverso dall’arrivare al rifugio posto a circa 1500 metri di altitudine ed incastonato tra le montagne, pena pernotto all’addiaccio tra orsi e lupi (nell’immaginario collettivo mannari), ma soprattutto il non prendere parte alla cena comune.
Quest’anno come noto l’inverno è rimasto solo un ricordo o un immagine attinta dai discorsi dei nostri nonni, quindi la passeggiata è rimasta veramente tale, con temperature fresche ma piacevoli.
L’immersione totale nella natura e nei boschi è in grado di operare una purificazione profonda su tutto il nostro essere, partendo dagli occhi che trovano riposo e godimento nei panorami montani, continuando nel corpo che tramite la lunga passeggiata elimina le scorie della città, rinvigorisce i polmoni e tonifica i muscoli, per finire a strati profondi del nostro animo reso ricettivo a ricevere impressioni benefiche da tutto il contesto.
Euforia, goliardia ed entusiasmo accompagnano il gruppo in marcia sin dai primi passi, rilanciate dallo scherno verso i componenti più inquinati dalla vita cittadina, sedentaria ed insalubre per antonomasia, i cui effetti si vedono immediatamente nel fiatone semi orgasmico e nelle frequenti pause imposte da corpi geriatricoflaccidi.
La montagna mette immediatamente a nudo le nostre forze e le nostre debolezze.
Sudore, fatica clima alterno, eppure la concordia riesce a trasformare questi fattori apparentemente irriducibili in momenti di assembramento ed unione!
Sono questi i momenti in cui la Comunità si stringe intorno ai suoi membri, la sicurezza di avere un supporto qualora condizioni fisiche/climatiche non dovessero permettere il proseguo anche di uno solo dei componenti della cordata, la stessa si fermerebbe facendo fronte unico e compatto per soccorrere chi necessita.
C’è chi in condizioni fisiche al limite della sala operatoria ha deciso di azzardare la salita portandola egregiamente al termine. Prima di arrivare qualcuno ricorda, come l’anno passato cinque persone abbiano avuto la visione comune del rifugio che in realtà era ancora a un’ora di cammino, in quel momento appare il rifugio, ma quest’anno è quello vero.
Arrivati siamo accolti da un manto di neve che ci pulisce e ci rasserena interiormente. La fatica scompare. Una fonte vicino al rifugio, con acqua gelida che scorre di continuo, ci fa apprezzare la bellezza del nostro nome e ci proietta in atmosfere estive, quando fate e ninfe prendono convegno presso queste sorgenti di purezza e donano gentilezza ed armonia ai pochi uomini ancora in grado di percepirne l’esistenza.
La notte passa veloce sulle brande di legno, inframmezzata da assetati sonnambuli alla ricerca degli ultimi sorsi d’acqua rimasta.
Al mattino pochi intrepidi azzardano la pratica di zazen appena fuori il rifugio, circondati dalla bellezza montana e dalla purezza nivea. Lunghi respiri non vengono interrotti neanche da comportamenti quasi al limite del lanzichenecco in un negozio di cristalli. O forse la poesia del momento rende agli occhi dei praticanti una normalissima marcia verso la fonte simile ad un orda barbarica su una steppa caucasica.
Prima della partenza per il rientro vengono offerti al genius loci piccoli doni.
“Canti di festa” accompagnano il cammino verso il rientro.
La trattoria a gestione familiare è la degna conclusione in stile italico (zampe sotto al tavolino) di 2 giorni meravigliosi trascorsi insieme, alimentati dalla volontà e cementati dalla concordia.
Il sentire un distacco dalla città man mano che si sale è qualcosa di liberatoriota.
Il campo invernale, la montagna, la nostra comunità, fanno percepire sensazioni indescrivibili, nuovi canali si sono aperti ci si sente vivi come non mai.
Non è possibile né giusto descrivere l’emozione di visioni condivise da tutto il gruppo, che da sole aiutano ad illuminare il cammino in tempi oscuri.

Fons Perennis VINCE!!

 

 

NOTE SUL SESSHIN ZEN ANNO 2007
Alessandro Fucci

Dal 30 gennaio al 4 febbraio abbiamo avuto la fortuna di partecipare al Sesshin zen di 5 giorni, tenuto dal Maestro Ozumi a Caprarola (Viterbo).
Questo contributo è ispirato a condividere alcuni degli insegnamenti sottolineati dal Maestro; in via preliminare, desideriamo evidenziare come i contenuti dell’articolo siano il frutto di ciò che noi abbiamo appreso delle parole del maestro e, pertanto, è possibile che la nostra comprensione possa essere stata parziale e che la trasmissione sia imperfetta.
Lo zendo
Il luogo di pratica, lo Zendo, è stato creato all’interno di una grande sala, normalmente utilizzata per conferenze ed eventi, situata all’interno di un palazzo che in origine era destinato alle scuderie di Palazzo Farnese.
La sala è molto spaziosa, con pavimento in cotto, soffitto molto alto ed imponenti capriate e travi di legno a vista. L’ambiente è normalmente allestito con numerosissime sedie che sono state, per l’occasione, ordinatamente accatastate e riposte lungo la parete di fondo, ricavando così uno spazio ampio per disporre i tatami con sopra i cuscini per la meditazione (zafu). Sono state predisposte a ferro di cavallo due file lunghe per i praticanti e una corta per il Maestro, con al centro uno spazio sufficiente per poter praticare camminando (Kin Hin) tra una pratica di zazen (meditazione seduta nella posizione del loto o del semi loto o in seiza) della durata di 30/40 minuti e l’altra. La sala non è stata mai riscaldata e la temperatura è rimasta sempre piuttosto bassa, intorno ai 5/10 gradi.
La funzione ordinatrice
Da un luogo normalmente destinato alle conferenze, si è ricavato quindi uno spazio destinato alla pratica della meditazione; ciò deve far riflettere sulla possibilità di portare ordine nella propria vita e riguadagnare sempre nuovi spazi e tempi da dedicare alla propria crescita interiore, considerando inesistente lo sfavore di condizioni esterne. Similmente alla funzione ordinatrice e civilizzatrice che svolse Roma verso il mondo circostante, ognuno di noi può operare, in tal senso, un’opera di incisione sulla propria esistenza ispirata a portare lo zen nella vita quotidiana!
In questa prospettiva, è stato tramandato come le ultime parole del Buddha sottolineassero l’importanza di essere nati Uomini, una fortuna da non sottovalutare, un’occasione da non lasciarsi sfuggire.
Poiché vengono riconosciute altre forme viventi che non hanno le stesse possibilità evolutive dell’uomo, questa possibilità deve essere sfruttata pienamente. Cercare quindi con determinazione e costanza la propria dimensione spirituale, senza abbandonarsi a forme sub-umane di esistenza. Similmente, nell’antica Roma esisteva la differenza tra il Vir e l’Homo.
Il cervello
È difficile ascoltare l’insegnamento del Buddha, poiché ognuno è in grado di recepirlo a seconda del proprio grado di consapevolezza. In particolare, il cervello, che tende a filtrare tutti i messaggi, consente una comprensione molto limitata. Per arginare questa tendenza bisogna far scendere, tramite il respiro, attraverso il sangue, la consapevolezza verso il basso, riattivando la centralità del cuore.
Lo 0 (zero o cerchio) è la base di tutto, è fermo per natura, stabile. Con il cervello si può evolvere da questa base contando fino all’infinito oppure con l’energia il cerchio si può muovere, girare e salire verso l’alto. Sono 2 approcci differenti alle attività della vita, mentale (attraverso il cervello) oppure interiore (attraverso il cuore).
Lo zen insegna ad andare a fondo nelle attività, non fermarsi alla superficie e cercare di comprendere le cause prime dei fenomeni.
Il cuore
Bisogna avere l’obiettivo di ritrovare la pienezza, ordinare il proprio cuore e con il cuore la nostra vita. Ciò ci consente di accumulare energia, e con questi atti abbiamo già delle possibilità di evoluzione.
Il cuore, inteso come interiorità, è come una pallina, in perenne movimento: muta con l’umore con le emozioni e così via. Il ghiaccio e l’acqua – sostanzialmente – sono la stessa cosa ma a due stadi differenti di natura; anche il cuore (interiorità) se non è riscaldato costantemente e coltivato può diventare di ghiaccio e, dunque, diviene rigido, freddo, arido come accade spesso agli uomini di oggi troppo impegnati ad occuparsi di aspetti materiali. In realtà l’uomo che lavora su se stesso deve perennemente riscaldarlo per far sì che possa adattarsi in modo flessibile alle mutate condizioni esterne: è da lì che parte la via della liberazione.
Il corpo è una macchina meravigliosa, bisogna però saperla guidare, sfruttare completamente le possibilità.
Le “spine” della vita
Dimenticare il piccolo Ego, comprendere come la nostra vita sia piena di “spine” che ci arrecano dolore e quindi cercare di togliere queste spine da se stessi, e, attraverso l’esempio, dagli altri. Per poter levare le spine dagli altri, la chiave è dimenticare noi stessi nel senso di non attendersi niente in cambio: prendere la spina su di sé senza lamentarsi e considerarsi troppo importanti. Bisogna eliminare dalla propria esistenza gli elementi inutili e dannosi, cercare di scendere sempre più profondamente al proprio interno, sperimentare lo stato di apertura del cuore e di chiarezza e vuoto mentale.
Dove risiede la verità?
Il buddismo si è irradiato dall’India verso molti Paesi asiatici, tra cui la Cina e da lì è arrivato in Giappone. Queste distanze oggi, grazie alla moderna tecnologia, possono sembrare brevi ma in realtà ci sono volute secoli per coprirle. I viaggi che le persone intraprendevano per studiare questa dottrina erano lunghi e c’erano molte possibilità di morire. Il Mastro Dogen nel 1200 circa andò in Cina per studiare lo Zen e poi portò le sue conoscenze in Giappone. Molti lo interrogarono al suo ritorno su che cosa avesse imparato in terre così lontane. Egli rispondeva più o meno così: Laggiù il sole sorge a Est e tramonta a Ovest, le persone hanno naso e occhi e all’alba il gallo canta. È tutto come da noi: né più né meno. Con cuore aperto ho capito la verità.
La verità è dentro di noi, va riscoperta.
Apparentemente è semplice da raggiungere, ma è difficile da realizzare.
La via del tè
La Tradizione del Tè è stata importata dalla Cina. La prima tazza nel monastero si offre al Buddha della saggezza, in ambito laico agli antenati, quale simbolo ed esempi della tradizione ininterrotta di sangue e di spirito. Nella cerimonia del tè vengono fatte vivere in piccolo quelle che dovrebbero essere le virtù degli uomini: armonia, bellezza, forma, impersonalità e altruismo. Offrire il tè con consapevolezza e devozione per gli ospiti, per gli oggetti e per la natura facendo vivere ogni volta i principi della pace, dell’armonia, della purezza e del rispetto.
Ancora in molte case giapponesi c’è un piccolo spazio “sacro” destinato ad onorare gli antenati. Ci sembra di trovare una forte similitudine con i Lari e i Penati della tradizione romana e soprattutto con il concetto di Mos Maiorum.
La natura
Osservando l’alba e la nascita del sole si possono avere delle aperture, sentire il calore che partendo dal cuore riscalda il corpo. La natura offre degli splendidi momenti, purtroppo spesso siamo troppo presi o indaffarati per fermarci ad osservarli e a comprenderne i significati profondi. Le forze naturali dovrebbero essere di esempio per noi poiché, per esse, forma e sostanza coincidono: senza filtri mentali dobbiamo risalire all’interno di noi stessi per riscoprire la nostra essenza.
In tempi oscuri, il sole come le candele, sono simboli ed esempi di luminosità.
Energia e sesshin
La posizione del corpo in Zazen viene chiamata Shisei, 2 parole che separatamente significano forma ed energia, impossibile avere una forma corretta senza energia e viceversa. Malato in giapponese si dice BIOKI che sta per malato (BIO) nel KI (energia). Il sesshin è un vero e proprio ricovero in cui si cerca di superare lo stato di malattia che normalmente ci attanaglia.
Contadini o guerrieri
Lo Zen in Giappone ha 2 forme principali: soto (volgarmente chiamato dei contadini) o rinzai (anche detto dei samurai). I samurai trovavano affine al proprio spirito la disciplina severa dello zen rinzai, la concezione che la lotta fra la vita e la morte è continua: nessuno conosce se avrà la possibilità di vivere un altro giorno, la verità va compresa qui ed ora, ogni respiro è simile ad un colpo di spada che può colpire il nemico interno (inteso come non conoscenza) similmente al nemico esterno (concezione guerriera).
Come sosteneva il maestro Taisen Deshimaru, la pratica dello zazen è un vero e proprio duello mortale – l’ultimo – con se stessi. È con questa attitudine ed energia – l’energia di chi sa che la pratica potrebbe essere l’ultima propria azione sulla terra – che va intrapreso l’impervio cammino verso la liberazione.

 

NOTE SUL SESSHIN ZEN ANNO 2006
Alessandro Fucci

Anche quest’anno alcuni membri dell’Associazione hanno avuto la volontà e la fortuna di partecipare al ritiro di meditazione Zen, dal martedì sera alla domenica mattina, tenuto dal maestro Ozumi.
Il ritiro si è svolto nelle scuderie di Palazzo Farnese, nel paese di Caprarola in provincia di Viterbo.
La giornata del ritiro è dedicata in buona parte alla meditazione seduta o zazen, per cui viene consigliata la partecipazione a persone che praticano regolarmente la meditazione, anche per evitare dolorose infiammazioni agli arti inferiori.
Il gruppo che si ritrova per questo ritiro si è consolidato negli anni e vi partecipano più o meno sempre le stesse persone. Si notano immediatamente delle stranezze nei singoli partecipanti che, al di là di un primo sorriso ironico, fanno riflettere su quelle che sono le piccole manie di ognuno di noi, ma anche sul fatto che il prezzo da pagare per chi ricerca la liberazione interiore può essere molto caro e va dalla perdita di quella “normalità” presente nella maggior parte delle persone, a forme acute di isteria.
Il maestro indica la pratica dello Zen come una via di risveglio interiore che conduce all’illuminazione, ma anche come una carica di energia vitale che ci permette di affrontare tutte le attività della nostra vita in maniera positiva e affermativa.
Il maestro spiega in lingua giapponese e la traduzione ci è offerta da una insegnante giapponese di cerimonia del tè che vive da molti anni in Italia.
Eppure, a prescindere dalla traduzione esatta delle parole, spesso la trasmissione dell’insegnamento avviene in maniera diretta attraverso le espressioni e la gestualità del maestro. Come fraintendere l’espressione che indica una pratica moscia, semi addormentata e rattrappita, da quella che al contrario mostra la pratica tonica, sveglia e consapevole? Inoltre la trasmissione da cuore a cuore, senza passare per il filtro della mente, è certamente quella più efficace!
Comunemente si ha l’idea della meditazione come di una pratica rilassante, che conduce alla pace dei sensi. Queste affermazioni possono essere intese come vere, ma solo in senso assoluto! Infatti il maestro richiama costantemente gli allievi ad una vigile ed energica respirazione, concentrando l’attenzione sul tanden (punto essenziale di tutte le pratiche giapponesi, che vi individuano il centro del nostro essere). Ebbe a spiegare una volta che la differenza tra un normale respiro e la corretta respirazione zen è quella che passa tra un pallone medicinale che, lasciato cadere dall’alto, si ferma pesantemente al suolo e un normale pallone da gioco che vigorosamente fatto rimbalzare deve trovare salde braccia pronte ad accoglierlo ed a ripetere il movimento.
Molto interessanti sono gli accenni che il maestro fa alla vita nei monasteri. Si capisce subito come la via verso la liberazione sia tutt’altro che facile e aperta a tutti. Infatti tradizione vuole che l’aspirante ad entrare nel monastero si presenti alla porta chiedendo di entrare. Viene misurata immediatamente la saldezza del suo intento: 2 monaci escono e lo percuotono intimandogli di allontanarsi. La scena si ripete per 3 giorni consecutivi. A quel punto, chi rimane saldamente ad attendere il permesso ad entrare, deve soggiornare 7 giorni nella sala di meditazione e può alzarsi solo per i bisogni corporali, perlopiù deriso dagli altri monaci che ne sottolineano la debolezza. Al termine di questo praticantato l’aspirante monaco è ammesso ad entrare. Che differenza con altri greggi che accolgono ogni tipo di pecorella smarrita!
Il maestro non manca di far notare la decadenza dei tempi moderni. Ad esempio, durante il ritiro di 7 giorni che si svolge nei monasteri nel mese di gennaio, il più freddo, è usanza che gli allievi assopiti siano battuti dal bastone del maestro il keisaku, che in questo modo li aiuta e ricercare la giusta attenzione e stimola il risveglio. Ozumi spiega che nei tempi passati, sia per la frequenza che per l’intensità dei colpi, durante il ritiro il bastone si rompeva diverse volte. L’attuale decadenza indebolisce il nostro spirito e il segno più evidente è la mollezza dei nostri corpi: infatti non sono più i bastoni a rompersi, bensì le schiene degli allievi!
Naturalmente, spiega il maestro, se da una parte non ci dobbiamo rassegnare alla decadenza e lottare con tutte le nostre forze per ottenere la liberazione, dall’altra parte non possiamo non tenerne conto. Ciò fu compreso anche dal maestro di uno dei più famosi e severi monasteri del buddismo zen in Giappone. Infatti durante il ritiro invernale, alcuni allievi ebbero a lamentarsi della particolare inclemenza del tempo (naturalmente nel monastero non vi è riscaldamento e tutte le finestre sono perennemente aperte, e l’unico abito ammesso è la tunica dei monaci). Il maestro sdegnato fece spogliare gli allievi e lì portò a fare un’abluzione nel vicino laghetto, in cui lui per primo si era immerso infrangendo il ghiaccio che impediva l’accesso. I monaci il giorno dopo, perlopiù ammalati, inscenarono un clamoroso sciopero trasferendosi nel vicino monastero e rifiutandosi di tornare finché il maestro non avesse compreso l’impossibilità per loro di sopportare tanta durezza!
Un richiamo costante è quello a cercare la verità, che nonostante lo sviluppo della mentalità scientifica odierna, non può essere trovata semplicemente nella materia. Il maestro ha raccontato l’episodio di un maestro zen che una volta incontrò un’eremita in una foresta. L’eremita chiese al maestro dove si trovava il suo spirito. Il maestro rispose contemplando la bellezza dei fiori del ciliegio selvatico la cui essenza non si poteva trovare in alcun modo all’interno del tronco, neanche sezionandolo.
I giorni del ritiro trascorrono sempre velocemente, rompendo gli equilibri della quotidianità e le normali dinamiche del pensiero (il che si riflette spesso anche in sfoghi febbrili od epidermici), passando dalle prime pratiche piuttosto torbide a livello cerebrale, alle pratiche degli ultimi giorni in cui ininterrotti respiri vengono avviati ed interrotti solo dal campanellino del maestro.

 

 

IL MANIFESTO DI FONS PERENNIS:
L’URAGANO KATRINA FA CADERE LA MASCHERA DEGLI USA!

E’ frequente vedere associata all’immagine degli Stati Uniti quella di una società ideale, un modello da esportare in tutto il mondo, se necessario anche con la forza. Questo grande stato americano, che le televisioni ci fanno credere sia popolato da tutti personaggi stile Beatiful e Beverly Hills, dal tenore di vita altissimo e dallo spessore umano equivalente, ogni tanto mostra il suo vero volto.
Gli accadimenti di New Orleans ce lo hanno mostrato in modo evidente!
Se a volte il cielo si rivolta verso l’uomo, dovrà pur esservi una ragione.
L’uragano che ha investito gli USA ha riportato a galla antiche e mai dimenticate considerazioni.
Le immagini ricevute hanno proiettato nelle nostre case un’umanità di colore vittima di emarginazione e di abbandono.
In linea con la politica disinformativa che ha sempre contraddistinto gli USA, per i primi giorni della tragedia è stato inibito alle agenzie nazionali ed internazionali di divulgare immagini che potessero testimoniare i fallimenti delle operazioni di soccorso e le condizioni disperate in cui versavano le donne, gli uomini e i bambini di New Orleans. Ma questa coltre di nebbia non poteva durare in eterno e dunque, a distanza di qualche giorno, si è saputo (ma non visto) ciò che tutti noi già potevamo immaginare: stupri su donne e uomini, violenze collettive, soprusi, linciaggi, sciacallaggi!
Ancora una volta assistiamo al solito copione: gli stessi crimini che l’esercito USA ha commesso ad Hiroshima, Nagasaki, Amburgo, Dresda, in Irak, nelle basi di Okinawa, di Guantanamo, nelle carceri di Abu Graib e in numerosissimi altri luoghi dimenticati da una memoria a senso unico.
Oggi, l'ipocrisia della disinformazione globale è stata squarciata dalla bestialità dell'homo americanus!
Un infelice commento di un tele-giornalista nostrano, in evidente difficoltà nel commentare l'evento catastrofico senza sminuire la "grandiosa civiltà" dei suoi padroni, riferiva :"Nel paese più civile del mondo (sic!) questi episodi accadono solo in quanto i cittadini sono impreparati a catastrofi di tale entità".
A questo punto il ribrezzo provato precedentemente è scavalcato dallo schifo provocato da questi lecchinaggi incondizionati e affatto igienici. Non si può denunciare la brutalità e la bestialità del modus vivendi statunitense. “Sono civili e basta!”. Nessun avvenimento, azione, dichiarazione può sconvolgere questo dogma.

Opponendoci a questo annichilimento della ragione e all'oscurantismo televisivo noi prendiamo le dovute distanze sia dalla reazione cannibalesca dei cittadini statunitensi che dalla contro-reazione scimmiesca del governo per ripristinare l'ordine con l’utilizzo di truppe con licenza di uccidere.
La differenza tra CIVILIZZAZIONE, che alcuni hanno subito nel corso dei secoli e CIVILTA’, che altri hanno saputo costruire, è cosa importante per poter comprendere ciò che a volte accade intorno a noi.
Arruolate sotto le insegne a Stelle e Strisce combattono proprio le stesse persone che, nei giorni seguenti (forse anche prima?) al disastro, violentavano e uccidevano secondo la legge del più forte.

Non sottovalutiamo questo insegnamento!
Così vorrebbero trasformare le nostre città e in questo senso vorrebbero orientare le nostre vite.
Fons Perennis propone uno stile di vita diametralmente opposto:
uomini e donne che condividono dei valori e che decidono di camminare insieme sul sentiero della Tradizione, per quanto è possibile e concesso.

Fons Perennis vince!

 

NATALIS INVICTI

Pubblichiamo qui di seguito un brano tratto da “HELIOS. I SOLSTIZI . Simboli e attualità” di Aldo Perez e Silvio Chiacchiarelli (a cura di A.Perez . Anno 1982). Questo ottimo esempio di chiarezza e semplicità nel trattare temi che restano comunque impegnativ, ci ha “accompagnati” negli anni del liceo nello sforzo di riscoprire la Tradizione e nel tentativo di farla rivivere dentro di noi. Esso rappresenta un primo piccolissimo passo verso una celebrazione meno passiva del natale, cercando di restituirgli il suo significato originario attraverso la sua storia e i suoi simboli. Benché sia stato possibile estrarre il brano dal contesto senza arrecare al senso dell’articolo troppi danni, vi consigliamo comunque, per chi voglia approfondire questo argomento, di consultare l’opera integralmente. Poiché “HELIOS” fu pubblicato in 2000 copie e poiché non siamo sicuri di una sua avvenuta ristampa, potrete richiederlo alla redazione de La civetta.
Sono ben pochi coloro che, nel celebrare le ricorrenze tradizionali di questo periodo - Natale e l’anno nuovo - si rendono conto che esse sono testimonianze residuali di un mondo spirituale dimenticato, che esse derivano da una concezione primordiale dell’universo e dell’esistenza, separata da un profondo lato dalle idee dell’umanità moderna.
Dello stesso Natale non si coglie il suo significato più universale, perché esso per i più vale semplicemente come una festa religiosa cristiana. Si ignora così che tale festa preesistesse al cristianesimo e che la sua data non è convenzionale ma determinata da una situazione astronomica ben precisa: è la data del solstizio d’inverno. Proprio il significato che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire, attraverso un adeguato simbolismo cosmico, la festa corrispondente a tutto un gruppo di civiltà, compresa quella romana antica la quale già prima del cristianesimo conobbe un “natale solare”, il NATALIS SOLIS INVICTI, nella stessa data. Un altro punto poco conosciuto è che nel mondo a cui alludiamo due feste oggi distinte, l’una sacra l’altra profana, il Natale e l’inizio del nuovo anno, spesso coincidevano.
Per chiarire tutto ciò, bisogna riportarsi al particolare significato che il solstizio d’inverno ebbe soprattutto per quei progenitori delle razze indoeuropee, la patria d’origine dei quali si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in ogni caso, non si era cancellato il pauroso ricordo delle ultime fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata dal gelo eterno l’esperienza del corso della luce del sole nel ciclo annuale doveva avere una speciale importanza, e proprio il punto del solstizio d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo differenziava da tutti gli altri del corso annuale del sole. Infatti in quella data il sole raggiunge il punto più basso dell’eclittica, la luce sembra estinguersi, abbandonare le terre, scender quasi nell’abisso, mentre ecco che di nuovo si rialza e risplende, come in una liberazione o rinascita. Perciò nei primordi un tale punto spesso valse come quello della nascita o della rinascita di una divinità solare.
Nel simbolismo delle origini, i concetti di Sole, di Luce, o “ Luce della Terra”, di immortalità, si uniscono nel segno di divinità di tale genere. Nell’accennato punto solstiziale del suo risorgere, la luce talvolta si associò all’Albero della Vita sempre verde, talaltra all’“Uomo cosmico dalle braccia alzate”, simbolo di resurrezione.
È il “figlio” che nasce; sorge la “nuova vita” e il “nuovo sole”.
È l’inizio del nuovo ciclo luminoso.
Ecco perché non di rado la data in questione fu altresì quella dell’inizio calendarico dell’anno nuovo (del Capodanno). Come si disse, così fu nell’antica Roma. A Roma,
dopo la riforma di Augusto, che restituì a molti culti romani il carattere cosmico -simbolico che avevano avuto nelle origini, il giorno del solstizio d’inverno, cioè il 24 25 dicembre, valse proprio come il “natale” del dio luminoso concepito come una forza invitta : NATALIS INVICTI.
È la forza che vince le tenebre.
Dettagli offuscati appartenenti allo stesso contesto si conservano nell’albero natalizio e nell’uso popolare di accendere in esso delle luci nella notte di Natale. È l’accendersi di nuova luce nell’“albero della vita”. E se oggi non si sa più che dei doni che il Natale porta ai bambini (doni spesso appesi all’albero illuminato), anche questa è un’eco lontana, un “residuo morenico”: l’idea originaria era un dono di luce e di vita che il Sole nuovo, il “Figlio”, dà agli uomini. Dono, questo, da intendersi in un senso sia materiale, sia spirituale, il convergere dei due significati essendo naturale conseguenza dell’accennata situazione della preistoria, per via della quale il rialzarsi della luce lungo l’eclittica valse come una liberazione dell’incubo di una gelida notte.
Avendo ricordato tutto ci, sarà bene rilevare che batterebbe falsa strada chi, su analoga base,volesse riportare cose sacre – come, in questo caso, il Natale cristiano – all’eredità di una religione naturalistica e perciò stesso primitiva e superstiziosa. Il fatto è che una “religione naturalistica” non è mai esistita, se non nelle idee, nate da incomprensione, di una certa scuola di storia delle religioni in auge nel secolo scorso: ovvero è esistita nel caso di forme degradate e degenerescenti di culto, come tra alcuni selvaggi. L’uomo delle origini non adorò mai i fenomeni e le forze della natura come tali. Egli li adorò solo in tanto, e per quel tanto, che essi valsero per lui come “teofanie” e delle “ierofanie”, cioè come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere. Come qualcuno ha efficacemente detto, “la natura per lui non era mai naturale”. Nell’insieme dei suoi fenomeni ed aspetti – sole, anno, luce, ciclo, elementi, ecc. – essa rimandava ad altro, ad un ordine superiore. Direttamente, e non per definizioni artificiose e astratte, essa presentava per lui i caratteri di “un simbolo sensibile dell’indivisibile”, secondo l’espressione di Olimpiodoro.
Una volta riconosciuto ciò, è evidente che il sapere dell’accennata “preistoria” dell’arcaicità e della universalità di quel che corrisponde alle accennate feste tradizionali non equivale affatto a ricondurre il superiore all’inferiore e al profano.
Al contrario, se mai: perché si è spesso riportati ad una spiritualità cui era espressione la lingua stessa delle cose; a miti che, pur prendendo per base i fenomeni della natura, s’indirizzavano all’interiorità umana.

 

 

PROGRESSO O REGRESSO? EVOLUZIONE O INVOLUZIONE? TRATTAZIONE SEMISERIA DEI FONDAMENTI SCIENTIFICI DELL’ EVOLUZIONISMO
di Andrea Nuzzi

Il secol superbo e sciocco – il XIX, secondo l’opinione di G. Leopardi – si era illuso di poter liberare la realtà dal velo di Maya che ne impediva la piena comprensione: tramite la concezione antropocentrista del mondo si proponeva di svelarne tutti i segreti. Tale atteggiamento è rappresentabile come la diretta conseguenza della concezione illuminista secondo cui si ha una vera e propria deificazione della ragione: grazie ad essa ogni fenomeno era comprensibile senza il necessario ricorso ad alcuna spiegazione metafisica. L’ambizione più grande consisteva poi nella dimostrazione razionale della negazione dell’esistenza di alcun Essere superiore responsabile della creazione … questa è l’esigenza e la teoria viene prodotta – seppur con consistente ritardo – nel 1859 da Charles Darwin che, nel celeberrimo saggio Sull’origine delle specie per la selezione naturale, ovvero la preservazione delle razze più adatte nella lotta per la vita, fonda la teoria evoluzionista.
Ma quale era il contesto scientifico sulle cui base Darwin fondò le proprie teorie??? In effetti, dal punto di vista storico, Darwin non fu il primo ad attaccare la teoria creazionista del mondo poiché fu preceduto da Leclerc e Lamarck (l’eminente scienziato sosteneva che le giraffe, a causa del loro sforzo per mangiare gli arbusti, vedevano i loro colli allungarsi smisuratamente): quest’ultimo è certamente il nome più conosciuto al grande pubblico poiché postulò una teoria molto ambiziosa. Egli sostenne l’esistenza di organismi unicellulari dai quali sarebbero derivati tutti gli altri senza alcun intervento divino; pur permanendo il problema su chi avesse posto i primi protozoi sulla faccia della terra ce n’era abbastanza per far vacillare tutti i disegni cosmogonici creazionisti. Lamarck asseriva che i mutamenti di carattere fenotipico (esteriori) si trasmettessero genotipicamente (a livello genetico) … l’inesattezza di tali proposizioni fu dimostrata da Weissman che dimostrò l’indipendenza della linea germinale del fenotipo … chiedere per conferma agli innumerevoli topolini che persero la coda nei suoi esperimenti. Interessatosi al tema, C. Darwin trovò nel sociologo-economista Malthus una fonte di ispirazione: la sua intuizione di fondo era l’esistenza di un meccanismo di selezione: una selezione senza selettore! Darwin, in ogni caso, era uno scienziato molto più onesto dei suoi stessi seguaci ed egli stesso scriveva a Wallace che l’accertamento di numerosi caratteri comparsi al di fuori della pressione selettiva e indipendentemente da essa sarebbe assolutamente fatale alla mia teoria! Lo stesso Wallace, nel 1870, inferse il colpo fatale alla teoria di Darwin – ben 11 anni di longevità teorica!!! – quando sostenne che lo spirito e l’intelletto umano si potevano spiegare unicamente con l’esistenza di un Essere superiore … amaro fu il commento di Darwin in una sua lettera a Wallace che vide ex abrupto sfumare la sua improvvisa celebrità: spero che Ella non abbia del tutto ucciso la Sua e la mia creatura … alla tenera di 11 anni, in un triste autunno dell’anno di grazia 1870, si spegneva per un morbo infantile e incurabile la teoria evoluzionista, la creatura di sir Charles Robert Darwin.
A questo punto entrarono in azione i veri protagonisti dello sviluppo della teoria evoluzionista … gli epigoni!!!: sentite un po’ su quali basi si fonda questa teoria (???). Il primo scienziato fu Ernst – che in tedesco significa serio (sic!!!) – Heinreich Haeckel: secondo la sua celebre proposizione teorica l’ontogenesi ripete la filogenesi la storia dell’evoluzione storica di un animale superiore nei millenni sarebbe ripetuta nello sviluppo del suo embrione. Al fine di suffragare tale teoria, asseriva che nell’embrione umano si potevano scorgere delle fessure branchiali corrispondenti allo stadio anfibio-rettile (!!!) e l’abbozzo di una coda (sic!!!). Ecco alcuni esempi di onestà intellettuale e serietà scientifica di Haeckel: per dimostrare che l’embrione di uomo, di scimmia e di cane erano uguali pubblicò tre figure identiche … peccato che fossero tutti e tre embrioni di cane; per dimostrare che le fasi dello sviluppo dell’embrione umano riprendevano gli anelli mancanti tra uomo e scimmia, aggiunse ai suoi embrioni code allungate o accorciate e mischiò teste di uomini ed embrioni di scimmie e viceversa.
Altro esponente di spicco fu Julian Huxley, fondatore dell’evoluzionismo sintetico: in base ad essa le mutazioni casuali si possono trasferire in linea genotipica e possono essere utili, dannose o neutrali: la prima proteina si sarebbe formata per caso dall’aggregarsi di amminoacidi formatisi per caso nell’atmosfera primitiva … un matematico svizzero ha calcolato le probabilità che una molecola abbia potuto formarsi sulla terra per caso. Il risultato è stato 1 contro 10 elevato alla 161 (cioè 10 seguito da 160 zeri) avendo a disposizione 10 elevato alla 243 anni.
Il piccolo problema di questa millenaria storia consiste nello scovare anelli di congiunzione tra i vari stadi intermedi per cui è passata l’evoluzione della specie che, attraverso il meccanismo della selezione naturale secondo cui solo i più adatti sopravvivono a delle mutazioni. Ma quali sono i più adatti secondo l’evoluzionismo??? Che domande??? Chi sopravvive!!!
Ritornando agli anelli mancanti, considerando che lo stato pre-umano era quello di scimmia, schiere di scienziati si misero alla ricerca dell’anello di congiunzione: il primo ritrovamento – un falso – fu l’Eoantthropus dawsoni di Piltdown (Inghilterra) che aveva cranio umano e mandibola di scimmia, denti molari e canini perfettamente umani. La conseguente analisi chimica secondo la tecnica della fluorina fece a pezzi la scoperta dato che il cranio era del Pleistocene e la mandibola dei giorni nostri; i denti erano stati limati, i canini non erano inglesi ma francesi con la regia di Teilhard de Chardin vero e proprio archetipo della disonestà intellettuale. Ma anche i celebri uomini di Pechino e di Giava erano falsi: a Trinil (Giava) Eugene Dubois trovò la calotta cranica di un gibbone e a 14 metri (!!!) un femore umano: nel 1895 R. Wirchow gridò allo scandalo e lo stesso Dubois, nel 1940, ammise trattarsi di un falso. Altri falsi??? I ritrovamenti del Nebraska negli anni venti sono falsi; la serie dei cavallini è fantasiosa; è una grossolana invenzione quella dell’uccello con i denti scientificamente chiamato Archaeopteryx litographica, anello di congiunzione tra rettili e uccelli, trovato da Haberlain in Baviera: corpo e coda da rettile e ali e penne di uccello … vari problemi aerodinamici lo affliggevano: non poteva volare. Il sedicente scienziato aveva raschiato lo strato di calcare intorno allo scheletro delle zampe e della coda e lo sostituì con un cemento particolare attaccandovi le piume di un altro volatile: questo è il tipico esempio di evoluzione a mosaico.
Tale breve e intenso viaggio all’interno dell’imbroglionica evoluzionista dimostra che, pur essendo in una posizione del tutto particolare, alcuni scienziati non ritengono di avere una responsabilità etica che travalica quella degli uomini non di scienza anche se sanno di avere dalla propria una competenza superiore in determinati campi che può condizionare sensibilmente le sorti dell’umanità … giudichi il lettore: con una brutalità che né lo scherzo banale, né l’ironia, né l’esagerazione potranno mai cancellare i fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non potranno mai dimenticare (…) gli scienziati riuniti a Los Alamos non si erano limitati a costruire la bomba, avevano provato piacere nel costruirla. Il periodo della costruzione era stato il più bello della loro vita … questo, secondo me, è ciò che intendeva dire Oppenheimer quando asseriva che i fisici avevano peccato. E aveva ragione. Queste sono le parole di due fisici coinvolti nel progetto di creazione della bomba atomica … lo stesso Einstein espresse pubblicamente vergogna per il fatto che i suoi studi avessero, direttamente o indirettamente, favorito la costruzione della bomba atomica. Quando scienza ed ideologia si confondono, i risultati possono essere devastanti!!! Leggete di seguito il carteggio tra Marx ed Engels in merito alla portata della teoria evoluzionista Engels: questo Darwin che sto leggendo è formidabile. Un certo aspetto della teologia non era stato ancora liquidato. Adesso è cosa fatta. Marx risponde: queste ultime settimane ho letto il libro di Darwin. Nonostante il suo modo di procedere un po’ pesante, questo libro contiene il fondamento scientifico per la nostra causa.

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