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NUOVI
ARTICOLI DI FONS PERENNIS
CAMPO
DELLA VOLONTA' 2007
NOTE
SUL SESSHIN ZEN 2007
NOTE
SUL SESSHIN ZEN 2006
L’URAGANO
KATRINA FA CADERE LA MASCHERA DEGLI USA!
NATALIS INVICTI
EVOLUZIONISMO
Il
campo della volontà 2007
Gabriele Pezzano
DIl
campo della volontà prende questo altisonante nome da una
passeggiata effettuata sui monti d’Abruzzo lo scorso anno.
Il campo non comincia la mattina, quando ci si sveglia e ci si prepara
per arrivare puntuali all’appuntamento, ma la sera prima con
il rituale della preparazione dello zaino; a cominciare dal vestiario
di ricambio inserito in apposite buste di plastica per evitare che
possa essere bagnato, facendo attenzione a non dimenticare gli abiti
da neve impermeabili, per arrivare alle cibarie sempre in giusta
quantità (o quasi). In quei momenti si trattiene a stento
il sorriso sapendo quello che ci aspetta il giorno dopo; certo non
sarà una passeggiata, ma la fatica e il sudore per la salita
vengono ampiamente ripagati dallo splendido spettacolo che ci viene
proposto nell’ascesa! E poi arriva; la mattina ci si alza
quasi senza sentire la sveglia per quanta è la voglia di
salire,quindi ci si incontra nel solito clima di allegria e si parte.
Le condizioni climatiche avverse, soprattutto per un gruppo di cittadini
male equipaggiati, più simili ad una comitiva di coreani
in vacanza che ad una spedizione alpinistica, con zaini invernali
del peso medio variabile tra i 15 e i 20 kg, hanno contribuito a
mitizzare una camminata di 6/7 ore e trasformarla in esercizio superbo
della volontà. La spedizione non poteva avere esito diverso
dall’arrivare al rifugio posto a circa 1500 metri di altitudine
ed incastonato tra le montagne, pena pernotto all’addiaccio
tra orsi e lupi (nell’immaginario collettivo mannari), ma
soprattutto il non prendere parte alla cena comune.
Quest’anno come noto l’inverno è rimasto solo
un ricordo o un immagine attinta dai discorsi dei nostri nonni,
quindi la passeggiata è rimasta veramente tale, con temperature
fresche ma piacevoli.
L’immersione totale nella natura e nei boschi è in
grado di operare una purificazione profonda su tutto il nostro essere,
partendo dagli occhi che trovano riposo e godimento nei panorami
montani, continuando nel corpo che tramite la lunga passeggiata
elimina le scorie della città, rinvigorisce i polmoni e tonifica
i muscoli, per finire a strati profondi del nostro animo reso ricettivo
a ricevere impressioni benefiche da tutto il contesto.
Euforia, goliardia ed entusiasmo accompagnano il gruppo in marcia
sin dai primi passi, rilanciate dallo scherno verso i componenti
più inquinati dalla vita cittadina, sedentaria ed insalubre
per antonomasia, i cui effetti si vedono immediatamente nel fiatone
semi orgasmico e nelle frequenti pause imposte da corpi geriatricoflaccidi.
La montagna mette immediatamente a nudo le nostre forze e le nostre
debolezze.
Sudore, fatica clima alterno, eppure la concordia riesce a trasformare
questi fattori apparentemente irriducibili in momenti di assembramento
ed unione!
Sono questi i momenti in cui la Comunità si stringe intorno
ai suoi membri, la sicurezza di avere un supporto qualora condizioni
fisiche/climatiche non dovessero permettere il proseguo anche di
uno solo dei componenti della cordata, la stessa si fermerebbe facendo
fronte unico e compatto per soccorrere chi necessita.
C’è chi in condizioni fisiche al limite della sala
operatoria ha deciso di azzardare la salita portandola egregiamente
al termine. Prima di arrivare qualcuno ricorda, come l’anno
passato cinque persone abbiano avuto la visione comune del rifugio
che in realtà era ancora a un’ora di cammino, in quel
momento appare il rifugio, ma quest’anno è quello vero.
Arrivati siamo accolti da un manto di neve che ci pulisce e ci rasserena
interiormente. La fatica scompare. Una fonte vicino al rifugio,
con acqua gelida che scorre di continuo, ci fa apprezzare la bellezza
del nostro nome e ci proietta in atmosfere estive, quando fate e
ninfe prendono convegno presso queste sorgenti di purezza e donano
gentilezza ed armonia ai pochi uomini ancora in grado di percepirne
l’esistenza.
La notte passa veloce sulle brande di legno, inframmezzata da assetati
sonnambuli alla ricerca degli ultimi sorsi d’acqua rimasta.
Al mattino pochi intrepidi azzardano la pratica di zazen appena
fuori il rifugio, circondati dalla bellezza montana e dalla purezza
nivea. Lunghi respiri non vengono interrotti neanche da comportamenti
quasi al limite del lanzichenecco in un negozio di cristalli. O
forse la poesia del momento rende agli occhi dei praticanti una
normalissima marcia verso la fonte simile ad un orda barbarica su
una steppa caucasica.
Prima della partenza per il rientro vengono offerti al genius loci
piccoli doni.
“Canti di festa” accompagnano il cammino verso il rientro.
La trattoria a gestione familiare è la degna conclusione
in stile italico (zampe sotto al tavolino) di 2 giorni meravigliosi
trascorsi insieme, alimentati dalla volontà e cementati dalla
concordia.
Il sentire un distacco dalla città man mano che si sale è
qualcosa di liberatoriota.
Il campo invernale, la montagna, la nostra comunità, fanno
percepire sensazioni indescrivibili, nuovi canali si sono aperti
ci si sente vivi come non mai.
Non è possibile né giusto descrivere l’emozione
di visioni condivise da tutto il gruppo, che da sole aiutano ad
illuminare il cammino in tempi oscuri.
Fons
Perennis VINCE!!
NOTE
SUL SESSHIN ZEN ANNO 2007
Alessandro Fucci
Dal
30 gennaio al 4 febbraio abbiamo avuto la fortuna di partecipare
al Sesshin zen di 5 giorni, tenuto dal Maestro Ozumi a Caprarola
(Viterbo).
Questo contributo è ispirato a condividere alcuni degli insegnamenti
sottolineati dal Maestro; in via preliminare, desideriamo evidenziare
come i contenuti dell’articolo siano il frutto di ciò
che noi abbiamo appreso delle parole del maestro e, pertanto, è
possibile che la nostra comprensione possa essere stata parziale
e che la trasmissione sia imperfetta.
Lo zendo
Il luogo di pratica, lo Zendo, è stato creato all’interno
di una grande sala, normalmente utilizzata per conferenze ed eventi,
situata all’interno di un palazzo che in origine era destinato
alle scuderie di Palazzo Farnese.
La sala è molto spaziosa, con pavimento in cotto, soffitto
molto alto ed imponenti capriate e travi di legno a vista. L’ambiente
è normalmente allestito con numerosissime sedie che sono
state, per l’occasione, ordinatamente accatastate e riposte
lungo la parete di fondo, ricavando così uno spazio ampio
per disporre i tatami con sopra i cuscini per la meditazione (zafu).
Sono state predisposte a ferro di cavallo due file lunghe per i
praticanti e una corta per il Maestro, con al centro uno spazio
sufficiente per poter praticare camminando (Kin Hin) tra una pratica
di zazen (meditazione seduta nella posizione del loto o del semi
loto o in seiza) della durata di 30/40 minuti e l’altra. La
sala non è stata mai riscaldata e la temperatura è
rimasta sempre piuttosto bassa, intorno ai 5/10 gradi.
La funzione ordinatrice
Da un luogo normalmente destinato alle conferenze, si è ricavato
quindi uno spazio destinato alla pratica della meditazione; ciò
deve far riflettere sulla possibilità di portare ordine nella
propria vita e riguadagnare sempre nuovi spazi e tempi da dedicare
alla propria crescita interiore, considerando inesistente lo sfavore
di condizioni esterne. Similmente alla funzione ordinatrice e civilizzatrice
che svolse Roma verso il mondo circostante, ognuno di noi può
operare, in tal senso, un’opera di incisione sulla propria
esistenza ispirata a portare lo zen nella vita quotidiana!
In questa prospettiva, è stato tramandato come le ultime
parole del Buddha sottolineassero l’importanza di essere nati
Uomini, una fortuna da non sottovalutare, un’occasione da
non lasciarsi sfuggire.
Poiché vengono riconosciute altre forme viventi che non hanno
le stesse possibilità evolutive dell’uomo, questa possibilità
deve essere sfruttata pienamente. Cercare quindi con determinazione
e costanza la propria dimensione spirituale, senza abbandonarsi
a forme sub-umane di esistenza. Similmente, nell’antica Roma
esisteva la differenza tra il Vir e l’Homo.
Il cervello
È difficile ascoltare l’insegnamento del Buddha, poiché
ognuno è in grado di recepirlo a seconda del proprio grado
di consapevolezza. In particolare, il cervello, che tende a filtrare
tutti i messaggi, consente una comprensione molto limitata. Per
arginare questa tendenza bisogna far scendere, tramite il respiro,
attraverso il sangue, la consapevolezza verso il basso, riattivando
la centralità del cuore.
Lo 0 (zero o cerchio) è la base di tutto, è fermo
per natura, stabile. Con il cervello si può evolvere da questa
base contando fino all’infinito oppure con l’energia
il cerchio si può muovere, girare e salire verso l’alto.
Sono 2 approcci differenti alle attività della vita, mentale
(attraverso il cervello) oppure interiore (attraverso il cuore).
Lo zen insegna ad andare a fondo nelle attività, non fermarsi
alla superficie e cercare di comprendere le cause prime dei fenomeni.
Il cuore
Bisogna avere l’obiettivo di ritrovare la pienezza, ordinare
il proprio cuore e con il cuore la nostra vita. Ciò ci consente
di accumulare energia, e con questi atti abbiamo già delle
possibilità di evoluzione.
Il cuore, inteso come interiorità, è come una pallina,
in perenne movimento: muta con l’umore con le emozioni e così
via. Il ghiaccio e l’acqua – sostanzialmente –
sono la stessa cosa ma a due stadi differenti di natura; anche il
cuore (interiorità) se non è riscaldato costantemente
e coltivato può diventare di ghiaccio e, dunque, diviene
rigido, freddo, arido come accade spesso agli uomini di oggi troppo
impegnati ad occuparsi di aspetti materiali. In realtà l’uomo
che lavora su se stesso deve perennemente riscaldarlo per far sì
che possa adattarsi in modo flessibile alle mutate condizioni esterne:
è da lì che parte la via della liberazione.
Il corpo è una macchina meravigliosa, bisogna però
saperla guidare, sfruttare completamente le possibilità.
Le “spine” della vita
Dimenticare il piccolo Ego, comprendere come la nostra vita sia
piena di “spine” che ci arrecano dolore e quindi cercare
di togliere queste spine da se stessi, e, attraverso l’esempio,
dagli altri. Per poter levare le spine dagli altri, la chiave è
dimenticare noi stessi nel senso di non attendersi niente in cambio:
prendere la spina su di sé senza lamentarsi e considerarsi
troppo importanti. Bisogna eliminare dalla propria esistenza gli
elementi inutili e dannosi, cercare di scendere sempre più
profondamente al proprio interno, sperimentare lo stato di apertura
del cuore e di chiarezza e vuoto mentale.
Dove risiede la verità?
Il buddismo si è irradiato dall’India verso molti Paesi
asiatici, tra cui la Cina e da lì è arrivato in Giappone.
Queste distanze oggi, grazie alla moderna tecnologia, possono sembrare
brevi ma in realtà ci sono volute secoli per coprirle. I
viaggi che le persone intraprendevano per studiare questa dottrina
erano lunghi e c’erano molte possibilità di morire.
Il Mastro Dogen nel 1200 circa andò in Cina per studiare
lo Zen e poi portò le sue conoscenze in Giappone. Molti lo
interrogarono al suo ritorno su che cosa avesse imparato in terre
così lontane. Egli rispondeva più o meno così:
Laggiù il sole sorge a Est e tramonta a Ovest, le persone
hanno naso e occhi e all’alba il gallo canta. È tutto
come da noi: né più né meno. Con cuore aperto
ho capito la verità.
La verità è dentro di noi, va riscoperta.
Apparentemente è semplice da raggiungere, ma è difficile
da realizzare.
La via del tè
La Tradizione del Tè è stata importata dalla Cina.
La prima tazza nel monastero si offre al Buddha della saggezza,
in ambito laico agli antenati, quale simbolo ed esempi della tradizione
ininterrotta di sangue e di spirito. Nella cerimonia del tè
vengono fatte vivere in piccolo quelle che dovrebbero essere le
virtù degli uomini: armonia, bellezza, forma, impersonalità
e altruismo. Offrire il tè con consapevolezza e devozione
per gli ospiti, per gli oggetti e per la natura facendo vivere ogni
volta i principi della pace, dell’armonia, della purezza e
del rispetto.
Ancora in molte case giapponesi c’è un piccolo spazio
“sacro” destinato ad onorare gli antenati. Ci sembra
di trovare una forte similitudine con i Lari e i Penati della tradizione
romana e soprattutto con il concetto di Mos Maiorum.
La natura
Osservando l’alba e la nascita del sole si possono avere delle
aperture, sentire il calore che partendo dal cuore riscalda il corpo.
La natura offre degli splendidi momenti, purtroppo spesso siamo
troppo presi o indaffarati per fermarci ad osservarli e a comprenderne
i significati profondi. Le forze naturali dovrebbero essere di esempio
per noi poiché, per esse, forma e sostanza coincidono: senza
filtri mentali dobbiamo risalire all’interno di noi stessi
per riscoprire la nostra essenza.
In tempi oscuri, il sole come le candele, sono simboli ed esempi
di luminosità.
Energia e sesshin
La posizione del corpo in Zazen viene chiamata Shisei, 2 parole
che separatamente significano forma ed energia, impossibile avere
una forma corretta senza energia e viceversa. Malato in giapponese
si dice BIOKI che sta per malato (BIO) nel KI (energia). Il sesshin
è un vero e proprio ricovero in cui si cerca di superare
lo stato di malattia che normalmente ci attanaglia.
Contadini o guerrieri
Lo Zen in Giappone ha 2 forme principali: soto (volgarmente chiamato
dei contadini) o rinzai (anche detto dei samurai). I samurai trovavano
affine al proprio spirito la disciplina severa dello zen rinzai,
la concezione che la lotta fra la vita e la morte è continua:
nessuno conosce se avrà la possibilità di vivere un
altro giorno, la verità va compresa qui ed ora, ogni respiro
è simile ad un colpo di spada che può colpire il nemico
interno (inteso come non conoscenza) similmente al nemico esterno
(concezione guerriera).
Come sosteneva il maestro Taisen Deshimaru, la pratica dello zazen
è un vero e proprio duello mortale – l’ultimo
– con se stessi. È con questa attitudine ed energia
– l’energia di chi sa che la pratica potrebbe essere
l’ultima propria azione sulla terra – che va intrapreso
l’impervio cammino verso la liberazione.
NOTE
SUL SESSHIN ZEN ANNO 2006
Alessandro Fucci
Anche
quest’anno alcuni membri dell’Associazione hanno avuto
la volontà e la fortuna di partecipare al ritiro di meditazione
Zen, dal martedì sera alla domenica mattina, tenuto dal maestro
Ozumi.
Il ritiro si è svolto nelle scuderie di Palazzo Farnese,
nel paese di Caprarola in provincia di Viterbo.
La giornata del ritiro è dedicata in buona parte alla meditazione
seduta o zazen, per cui viene consigliata la partecipazione a persone
che praticano regolarmente la meditazione, anche per evitare dolorose
infiammazioni agli arti inferiori.
Il gruppo che si ritrova per questo ritiro si è consolidato
negli anni e vi partecipano più o meno sempre le stesse persone.
Si notano immediatamente delle stranezze nei singoli partecipanti
che, al di là di un primo sorriso ironico, fanno riflettere
su quelle che sono le piccole manie di ognuno di noi, ma anche sul
fatto che il prezzo da pagare per chi ricerca la liberazione interiore
può essere molto caro e va dalla perdita di quella “normalità”
presente nella maggior parte delle persone, a forme acute di isteria.
Il maestro indica la pratica dello Zen come una via di risveglio
interiore che conduce all’illuminazione, ma anche come una
carica di energia vitale che ci permette di affrontare tutte le
attività della nostra vita in maniera positiva e affermativa.
Il maestro spiega in lingua giapponese e la traduzione ci è
offerta da una insegnante giapponese di cerimonia del tè
che vive da molti anni in Italia.
Eppure, a prescindere dalla traduzione esatta delle parole, spesso
la trasmissione dell’insegnamento avviene in maniera diretta
attraverso le espressioni e la gestualità del maestro. Come
fraintendere l’espressione che indica una pratica moscia,
semi addormentata e rattrappita, da quella che al contrario mostra
la pratica tonica, sveglia e consapevole? Inoltre la trasmissione
da cuore a cuore, senza passare per il filtro della mente, è
certamente quella più efficace!
Comunemente si ha l’idea della meditazione come di una pratica
rilassante, che conduce alla pace dei sensi. Queste affermazioni
possono essere intese come vere, ma solo in senso assoluto! Infatti
il maestro richiama costantemente gli allievi ad una vigile ed energica
respirazione, concentrando l’attenzione sul tanden (punto
essenziale di tutte le pratiche giapponesi, che vi individuano il
centro del nostro essere). Ebbe a spiegare una volta che la differenza
tra un normale respiro e la corretta respirazione zen è quella
che passa tra un pallone medicinale che, lasciato cadere dall’alto,
si ferma pesantemente al suolo e un normale pallone da gioco che
vigorosamente fatto rimbalzare deve trovare salde braccia pronte
ad accoglierlo ed a ripetere il movimento.
Molto interessanti sono gli accenni che il maestro fa alla vita
nei monasteri. Si capisce subito come la via verso la liberazione
sia tutt’altro che facile e aperta a tutti. Infatti tradizione
vuole che l’aspirante ad entrare nel monastero si presenti
alla porta chiedendo di entrare. Viene misurata immediatamente la
saldezza del suo intento: 2 monaci escono e lo percuotono intimandogli
di allontanarsi. La scena si ripete per 3 giorni consecutivi. A
quel punto, chi rimane saldamente ad attendere il permesso ad entrare,
deve soggiornare 7 giorni nella sala di meditazione e può
alzarsi solo per i bisogni corporali, perlopiù deriso dagli
altri monaci che ne sottolineano la debolezza. Al termine di questo
praticantato l’aspirante monaco è ammesso ad entrare.
Che differenza con altri greggi che accolgono ogni tipo di pecorella
smarrita!
Il maestro non manca di far notare la decadenza dei tempi moderni.
Ad esempio, durante il ritiro di 7 giorni che si svolge nei monasteri
nel mese di gennaio, il più freddo, è usanza che gli
allievi assopiti siano battuti dal bastone del maestro il keisaku,
che in questo modo li aiuta e ricercare la giusta attenzione e stimola
il risveglio. Ozumi spiega che nei tempi passati, sia per la frequenza
che per l’intensità dei colpi, durante il ritiro il
bastone si rompeva diverse volte. L’attuale decadenza indebolisce
il nostro spirito e il segno più evidente è la mollezza
dei nostri corpi: infatti non sono più i bastoni a rompersi,
bensì le schiene degli allievi!
Naturalmente, spiega il maestro, se da una parte non ci dobbiamo
rassegnare alla decadenza e lottare con tutte le nostre forze per
ottenere la liberazione, dall’altra parte non possiamo non
tenerne conto. Ciò fu compreso anche dal maestro di uno dei
più famosi e severi monasteri del buddismo zen in Giappone.
Infatti durante il ritiro invernale, alcuni allievi ebbero a lamentarsi
della particolare inclemenza del tempo (naturalmente nel monastero
non vi è riscaldamento e tutte le finestre sono perennemente
aperte, e l’unico abito ammesso è la tunica dei monaci).
Il maestro sdegnato fece spogliare gli allievi e lì portò
a fare un’abluzione nel vicino laghetto, in cui lui per primo
si era immerso infrangendo il ghiaccio che impediva l’accesso.
I monaci il giorno dopo, perlopiù ammalati, inscenarono un
clamoroso sciopero trasferendosi nel vicino monastero e rifiutandosi
di tornare finché il maestro non avesse compreso l’impossibilità
per loro di sopportare tanta durezza!
Un richiamo costante è quello a cercare la verità,
che nonostante lo sviluppo della mentalità scientifica odierna,
non può essere trovata semplicemente nella materia. Il maestro
ha raccontato l’episodio di un maestro zen che una volta incontrò
un’eremita in una foresta. L’eremita chiese al maestro
dove si trovava il suo spirito. Il maestro rispose contemplando
la bellezza dei fiori del ciliegio selvatico la cui essenza non
si poteva trovare in alcun modo all’interno del tronco, neanche
sezionandolo.
I giorni del ritiro trascorrono sempre velocemente, rompendo gli
equilibri della quotidianità e le normali dinamiche del pensiero
(il che si riflette spesso anche in sfoghi febbrili od epidermici),
passando dalle prime pratiche piuttosto torbide a livello cerebrale,
alle pratiche degli ultimi giorni in cui ininterrotti respiri vengono
avviati ed interrotti solo dal campanellino del maestro.
IL
MANIFESTO DI FONS PERENNIS:
L’URAGANO KATRINA FA CADERE LA MASCHERA DEGLI USA!
E’
frequente vedere associata all’immagine degli Stati Uniti
quella di una società ideale, un modello da esportare in
tutto il mondo, se necessario anche con la forza. Questo grande
stato americano, che le televisioni ci fanno credere sia popolato
da tutti personaggi stile Beatiful e Beverly Hills, dal tenore di
vita altissimo e dallo spessore umano equivalente, ogni tanto mostra
il suo vero volto.
Gli accadimenti di New Orleans ce lo hanno mostrato in modo evidente!
Se a volte il cielo si rivolta verso l’uomo, dovrà
pur esservi una ragione.
L’uragano che ha investito gli USA ha riportato a galla antiche
e mai dimenticate considerazioni.
Le immagini ricevute hanno proiettato nelle nostre case un’umanità
di colore vittima di emarginazione e di abbandono.
In linea con la politica disinformativa che ha sempre contraddistinto
gli USA, per i primi giorni della tragedia è stato inibito
alle agenzie nazionali ed internazionali di divulgare immagini che
potessero testimoniare i fallimenti delle operazioni di soccorso
e le condizioni disperate in cui versavano le donne, gli uomini
e i bambini di New Orleans. Ma questa coltre di nebbia non poteva
durare in eterno e dunque, a distanza di qualche giorno, si è
saputo (ma non visto) ciò che tutti noi già potevamo
immaginare: stupri su donne e uomini, violenze collettive, soprusi,
linciaggi, sciacallaggi!
Ancora una volta assistiamo al solito copione: gli stessi crimini
che l’esercito USA ha commesso ad Hiroshima, Nagasaki, Amburgo,
Dresda, in Irak, nelle basi di Okinawa, di Guantanamo, nelle carceri
di Abu Graib e in numerosissimi altri luoghi dimenticati da una
memoria a senso unico.
Oggi, l'ipocrisia della disinformazione globale è stata squarciata
dalla bestialità dell'homo americanus!
Un infelice commento di un tele-giornalista nostrano, in evidente
difficoltà nel commentare l'evento catastrofico senza sminuire
la "grandiosa civiltà" dei suoi padroni, riferiva
:"Nel paese più civile del mondo (sic!) questi episodi
accadono solo in quanto i cittadini sono impreparati a catastrofi
di tale entità".
A questo punto il ribrezzo provato precedentemente è scavalcato
dallo schifo provocato da questi lecchinaggi incondizionati e affatto
igienici. Non si può denunciare la brutalità e la
bestialità del modus vivendi statunitense. “Sono civili
e basta!”. Nessun avvenimento, azione, dichiarazione può
sconvolgere questo dogma.
Opponendoci a questo annichilimento della ragione e all'oscurantismo
televisivo noi prendiamo le dovute distanze sia dalla reazione cannibalesca
dei cittadini statunitensi che dalla contro-reazione scimmiesca
del governo per ripristinare l'ordine con l’utilizzo di truppe
con licenza di uccidere.
La differenza tra CIVILIZZAZIONE, che alcuni hanno subito nel corso
dei secoli e CIVILTA’, che altri hanno saputo costruire, è
cosa importante per poter comprendere ciò che a volte accade
intorno a noi.
Arruolate sotto le insegne a Stelle e Strisce combattono proprio
le stesse persone che, nei giorni seguenti (forse anche prima?)
al disastro, violentavano e uccidevano secondo la legge del più
forte.
Non sottovalutiamo questo insegnamento!
Così vorrebbero trasformare le nostre città e in questo
senso vorrebbero orientare le nostre vite.
Fons Perennis propone uno stile di vita diametralmente opposto:
uomini e donne che condividono dei valori e che decidono di camminare
insieme sul sentiero della Tradizione, per quanto è possibile
e concesso.
Fons Perennis vince!
NATALIS
INVICTI
Pubblichiamo
qui di seguito un brano tratto da “HELIOS. I SOLSTIZI . Simboli
e attualità” di Aldo Perez e Silvio Chiacchiarelli
(a cura di A.Perez . Anno 1982). Questo ottimo esempio di chiarezza
e semplicità nel trattare temi che restano comunque impegnativ,
ci ha “accompagnati” negli anni del liceo nello sforzo
di riscoprire la Tradizione e nel tentativo di farla rivivere dentro
di noi. Esso rappresenta un primo piccolissimo passo verso una celebrazione
meno passiva del natale, cercando di restituirgli il suo significato
originario attraverso la sua storia e i suoi simboli. Benché
sia stato possibile estrarre il brano dal contesto senza arrecare
al senso dell’articolo troppi danni, vi consigliamo comunque,
per chi voglia approfondire questo argomento, di consultare l’opera
integralmente. Poiché “HELIOS” fu pubblicato
in 2000 copie e poiché non siamo sicuri di una sua avvenuta
ristampa, potrete richiederlo alla redazione de La civetta.
Sono ben pochi coloro che, nel celebrare le ricorrenze tradizionali
di questo periodo - Natale e l’anno nuovo - si rendono conto
che esse sono testimonianze residuali di un mondo spirituale dimenticato,
che esse derivano da una concezione primordiale dell’universo
e dell’esistenza, separata da un profondo lato dalle idee
dell’umanità moderna.
Dello stesso Natale non si coglie il suo significato più
universale, perché esso per i più vale semplicemente
come una festa religiosa cristiana. Si ignora così che tale
festa preesistesse al cristianesimo e che la sua data non è
convenzionale ma determinata da una situazione astronomica ben precisa:
è la data del solstizio d’inverno. Proprio il significato
che nelle origini ebbe questo solstizio andò a definire,
attraverso un adeguato simbolismo cosmico, la festa corrispondente
a tutto un gruppo di civiltà, compresa quella romana antica
la quale già prima del cristianesimo conobbe un “natale
solare”, il NATALIS SOLIS INVICTI, nella stessa data. Un altro
punto poco conosciuto è che nel mondo a cui alludiamo due
feste oggi distinte, l’una sacra l’altra profana, il
Natale e l’inizio del nuovo anno, spesso coincidevano.
Per chiarire tutto ciò, bisogna riportarsi al particolare
significato che il solstizio d’inverno ebbe soprattutto per
quei progenitori delle razze indoeuropee, la patria d’origine
dei quali si trovava nelle regioni settentrionali e nei quali, in
ogni caso, non si era cancellato il pauroso ricordo delle ultime
fasi del periodo glaciale. In una natura minacciata dal gelo eterno
l’esperienza del corso della luce del sole nel ciclo annuale
doveva avere una speciale importanza, e proprio il punto del solstizio
d’inverno rivestiva un significato drammatico che lo differenziava
da tutti gli altri del corso annuale del sole. Infatti in quella
data il sole raggiunge il punto più basso dell’eclittica,
la luce sembra estinguersi, abbandonare le terre, scender quasi
nell’abisso, mentre ecco che di nuovo si rialza e risplende,
come in una liberazione o rinascita. Perciò nei primordi
un tale punto spesso valse come quello della nascita o della rinascita
di una divinità solare.
Nel simbolismo delle origini, i concetti di Sole, di Luce, o “
Luce della Terra”, di immortalità, si uniscono nel
segno di divinità di tale genere. Nell’accennato punto
solstiziale del suo risorgere, la luce talvolta si associò
all’Albero della Vita sempre verde, talaltra all’“Uomo
cosmico dalle braccia alzate”, simbolo di resurrezione.
È il “figlio” che nasce; sorge la “nuova
vita” e il “nuovo sole”.
È l’inizio del nuovo ciclo luminoso.
Ecco perché non di rado la data in questione fu altresì
quella dell’inizio calendarico dell’anno nuovo (del
Capodanno). Come si disse, così fu nell’antica Roma.
A Roma,
dopo la riforma di Augusto, che restituì a molti culti romani
il carattere cosmico -simbolico che avevano avuto nelle origini,
il giorno del solstizio d’inverno, cioè il 24 25 dicembre,
valse proprio come il “natale” del dio luminoso concepito
come una forza invitta : NATALIS INVICTI.
È la forza che vince le tenebre.
Dettagli offuscati appartenenti allo stesso contesto si conservano
nell’albero natalizio e nell’uso popolare di accendere
in esso delle luci nella notte di Natale. È l’accendersi
di nuova luce nell’“albero della vita”. E se oggi
non si sa più che dei doni che il Natale porta ai bambini
(doni spesso appesi all’albero illuminato), anche questa è
un’eco lontana, un “residuo morenico”: l’idea
originaria era un dono di luce e di vita che il Sole nuovo, il “Figlio”,
dà agli uomini. Dono, questo, da intendersi in un senso sia
materiale, sia spirituale, il convergere dei due significati essendo
naturale conseguenza dell’accennata situazione della preistoria,
per via della quale il rialzarsi della luce lungo l’eclittica
valse come una liberazione dell’incubo di una gelida notte.
Avendo ricordato tutto ci, sarà bene rilevare che batterebbe
falsa strada chi, su analoga base,volesse riportare cose sacre –
come, in questo caso, il Natale cristiano – all’eredità
di una religione naturalistica e perciò stesso primitiva
e superstiziosa. Il fatto è che una “religione naturalistica”
non è mai esistita, se non nelle idee, nate da incomprensione,
di una certa scuola di storia delle religioni in auge nel secolo
scorso: ovvero è esistita nel caso di forme degradate e degenerescenti
di culto, come tra alcuni selvaggi. L’uomo delle origini non
adorò mai i fenomeni e le forze della natura come tali. Egli
li adorò solo in tanto, e per quel tanto, che essi valsero
per lui come “teofanie” e delle “ierofanie”,
cioè come delle manifestazioni del sacro, del divino in genere.
Come qualcuno ha efficacemente detto, “la natura per lui non
era mai naturale”. Nell’insieme dei suoi fenomeni ed
aspetti – sole, anno, luce, ciclo, elementi, ecc. –
essa rimandava ad altro, ad un ordine superiore. Direttamente, e
non per definizioni artificiose e astratte, essa presentava per
lui i caratteri di “un simbolo sensibile dell’indivisibile”,
secondo l’espressione di Olimpiodoro.
Una volta riconosciuto ciò, è evidente che il sapere
dell’accennata “preistoria” dell’arcaicità
e della universalità di quel che corrisponde alle accennate
feste tradizionali non equivale affatto a ricondurre il superiore
all’inferiore e al profano.
Al contrario, se mai: perché si è spesso riportati
ad una spiritualità cui era espressione la lingua stessa
delle cose; a miti che, pur prendendo per base i fenomeni della
natura, s’indirizzavano all’interiorità umana.
PROGRESSO
O REGRESSO? EVOLUZIONE O INVOLUZIONE? TRATTAZIONE SEMISERIA DEI
FONDAMENTI SCIENTIFICI DELL’ EVOLUZIONISMO
di Andrea Nuzzi
Il
secol superbo e sciocco – il XIX, secondo l’opinione
di G. Leopardi – si era illuso di poter liberare la realtà
dal velo di Maya che ne impediva la piena comprensione: tramite
la concezione antropocentrista del mondo si proponeva di svelarne
tutti i segreti. Tale atteggiamento è rappresentabile come
la diretta conseguenza della concezione illuminista secondo cui
si ha una vera e propria deificazione della ragione: grazie ad essa
ogni fenomeno era comprensibile senza il necessario ricorso ad alcuna
spiegazione metafisica. L’ambizione più grande consisteva
poi nella dimostrazione razionale della negazione dell’esistenza
di alcun Essere superiore responsabile della creazione … questa
è l’esigenza e la teoria viene prodotta – seppur
con consistente ritardo – nel 1859 da Charles Darwin che,
nel celeberrimo saggio Sull’origine delle specie per la selezione
naturale, ovvero la preservazione delle razze più adatte
nella lotta per la vita, fonda la teoria evoluzionista.
Ma quale era il contesto scientifico sulle cui base Darwin fondò
le proprie teorie??? In effetti, dal punto di vista storico, Darwin
non fu il primo ad attaccare la teoria creazionista del mondo poiché
fu preceduto da Leclerc e Lamarck (l’eminente scienziato sosteneva
che le giraffe, a causa del loro sforzo per mangiare gli arbusti,
vedevano i loro colli allungarsi smisuratamente): quest’ultimo
è certamente il nome più conosciuto al grande pubblico
poiché postulò una teoria molto ambiziosa. Egli sostenne
l’esistenza di organismi unicellulari dai quali sarebbero
derivati tutti gli altri senza alcun intervento divino; pur permanendo
il problema su chi avesse posto i primi protozoi sulla faccia della
terra ce n’era abbastanza per far vacillare tutti i disegni
cosmogonici creazionisti. Lamarck asseriva che i mutamenti di carattere
fenotipico (esteriori) si trasmettessero genotipicamente (a livello
genetico) … l’inesattezza di tali proposizioni fu dimostrata
da Weissman che dimostrò l’indipendenza della linea
germinale del fenotipo … chiedere per conferma agli innumerevoli
topolini che persero la coda nei suoi esperimenti. Interessatosi
al tema, C. Darwin trovò nel sociologo-economista Malthus
una fonte di ispirazione: la sua intuizione di fondo era l’esistenza
di un meccanismo di selezione: una selezione senza selettore! Darwin,
in ogni caso, era uno scienziato molto più onesto dei suoi
stessi seguaci ed egli stesso scriveva a Wallace che l’accertamento
di numerosi caratteri comparsi al di fuori della pressione selettiva
e indipendentemente da essa sarebbe assolutamente fatale alla mia
teoria! Lo stesso Wallace, nel 1870, inferse il colpo fatale alla
teoria di Darwin – ben 11 anni di longevità teorica!!!
– quando sostenne che lo spirito e l’intelletto umano
si potevano spiegare unicamente con l’esistenza di un Essere
superiore … amaro fu il commento di Darwin in una sua lettera
a Wallace che vide ex abrupto sfumare la sua improvvisa celebrità:
spero che Ella non abbia del tutto ucciso la Sua e la mia creatura
… alla tenera di 11 anni, in un triste autunno dell’anno
di grazia 1870, si spegneva per un morbo infantile e incurabile
la teoria evoluzionista, la creatura di sir Charles Robert Darwin.
A questo punto entrarono in azione i veri protagonisti dello sviluppo
della teoria evoluzionista … gli epigoni!!!: sentite un po’
su quali basi si fonda questa teoria (???). Il primo scienziato
fu Ernst – che in tedesco significa serio (sic!!!) –
Heinreich Haeckel: secondo la sua celebre proposizione teorica l’ontogenesi
ripete la filogenesi la storia dell’evoluzione storica di
un animale superiore nei millenni sarebbe ripetuta nello sviluppo
del suo embrione. Al fine di suffragare tale teoria, asseriva che
nell’embrione umano si potevano scorgere delle fessure branchiali
corrispondenti allo stadio anfibio-rettile (!!!) e l’abbozzo
di una coda (sic!!!). Ecco alcuni esempi di onestà intellettuale
e serietà scientifica di Haeckel: per dimostrare che l’embrione
di uomo, di scimmia e di cane erano uguali pubblicò tre figure
identiche … peccato che fossero tutti e tre embrioni di cane;
per dimostrare che le fasi dello sviluppo dell’embrione umano
riprendevano gli anelli mancanti tra uomo e scimmia, aggiunse ai
suoi embrioni code allungate o accorciate e mischiò teste
di uomini ed embrioni di scimmie e viceversa.
Altro esponente di spicco fu Julian Huxley, fondatore dell’evoluzionismo
sintetico: in base ad essa le mutazioni casuali si possono trasferire
in linea genotipica e possono essere utili, dannose o neutrali:
la prima proteina si sarebbe formata per caso dall’aggregarsi
di amminoacidi formatisi per caso nell’atmosfera primitiva
… un matematico svizzero ha calcolato le probabilità
che una molecola abbia potuto formarsi sulla terra per caso. Il
risultato è stato 1 contro 10 elevato alla 161 (cioè
10 seguito da 160 zeri) avendo a disposizione 10 elevato alla 243
anni.
Il piccolo problema di questa millenaria storia consiste nello scovare
anelli di congiunzione tra i vari stadi intermedi per cui è
passata l’evoluzione della specie che, attraverso il meccanismo
della selezione naturale secondo cui solo i più adatti sopravvivono
a delle mutazioni. Ma quali sono i più adatti secondo l’evoluzionismo???
Che domande??? Chi sopravvive!!!
Ritornando agli anelli mancanti, considerando che lo stato pre-umano
era quello di scimmia, schiere di scienziati si misero alla ricerca
dell’anello di congiunzione: il primo ritrovamento –
un falso – fu l’Eoantthropus dawsoni di Piltdown (Inghilterra)
che aveva cranio umano e mandibola di scimmia, denti molari e canini
perfettamente umani. La conseguente analisi chimica secondo la tecnica
della fluorina fece a pezzi la scoperta dato che il cranio era del
Pleistocene e la mandibola dei giorni nostri; i denti erano stati
limati, i canini non erano inglesi ma francesi con la regia di Teilhard
de Chardin vero e proprio archetipo della disonestà intellettuale.
Ma anche i celebri uomini di Pechino e di Giava erano falsi: a Trinil
(Giava) Eugene Dubois trovò la calotta cranica di un gibbone
e a 14 metri (!!!) un femore umano: nel 1895 R. Wirchow gridò
allo scandalo e lo stesso Dubois, nel 1940, ammise trattarsi di
un falso. Altri falsi??? I ritrovamenti del Nebraska negli anni
venti sono falsi; la serie dei cavallini è fantasiosa; è
una grossolana invenzione quella dell’uccello con i denti
scientificamente chiamato Archaeopteryx litographica, anello di
congiunzione tra rettili e uccelli, trovato da Haberlain in Baviera:
corpo e coda da rettile e ali e penne di uccello … vari problemi
aerodinamici lo affliggevano: non poteva volare. Il sedicente scienziato
aveva raschiato lo strato di calcare intorno allo scheletro delle
zampe e della coda e lo sostituì con un cemento particolare
attaccandovi le piume di un altro volatile: questo è il tipico
esempio di evoluzione a mosaico.
Tale breve e intenso viaggio all’interno dell’imbroglionica
evoluzionista dimostra che, pur essendo in una posizione del tutto
particolare, alcuni scienziati non ritengono di avere una responsabilità
etica che travalica quella degli uomini non di scienza anche se
sanno di avere dalla propria una competenza superiore in determinati
campi che può condizionare sensibilmente le sorti dell’umanità
… giudichi il lettore: con una brutalità che né
lo scherzo banale, né l’ironia, né l’esagerazione
potranno mai cancellare i fisici hanno conosciuto il peccato e questa
è una conoscenza che non potranno mai dimenticare (…)
gli scienziati riuniti a Los Alamos non si erano limitati a costruire
la bomba, avevano provato piacere nel costruirla. Il periodo della
costruzione era stato il più bello della loro vita …
questo, secondo me, è ciò che intendeva dire Oppenheimer
quando asseriva che i fisici avevano peccato. E aveva ragione. Queste
sono le parole di due fisici coinvolti nel progetto di creazione
della bomba atomica … lo stesso Einstein espresse pubblicamente
vergogna per il fatto che i suoi studi avessero, direttamente o
indirettamente, favorito la costruzione della bomba atomica. Quando
scienza ed ideologia si confondono, i risultati possono essere devastanti!!!
Leggete di seguito il carteggio tra Marx ed Engels in merito alla
portata della teoria evoluzionista Engels: questo Darwin che sto
leggendo è formidabile. Un certo aspetto della teologia non
era stato ancora liquidato. Adesso è cosa fatta. Marx risponde:
queste ultime settimane ho letto il libro di Darwin. Nonostante
il suo modo di procedere un po’ pesante, questo libro contiene
il fondamento scientifico per la nostra causa.
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