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Appunti sul Buddhismo

Sig.Bush da noi non sei il benvenuto!

Il manifesto di Fons Perennis contro la guerra all'Iraq

La poesia del momento presente: gli Haiku giapponesi

Diario della gita a Vipiteno del 21/6/02

L'architettura sacra nell'opera Federiciana: l'esempio di Castel del Monte

L'idea della renovatio imperii nell'opera di Federico II

La tradizione giapponese della cerimonia del te': un profilo introduttivo

Toro Seduto e lo sterminio dei Sioux

 



NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH!

 

In occasione della poco gradita di Bush a Roma Fons Perennis scrive un proprio manifesto.

Per quanto ci riguarda:

NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH!

Di fronte all'arrivo del rappresentante degli Stati Uniti che si presenta con un biglietto da visita sporco del sangue di migliaia di innocenti, trucidati dalle bombe dei suoi good american guys, la nostra Associazione Culturale risponde:

TORNA PURE A CASA, QUI DA NOI NON SEI IL BENVENUTO!

Rifiutiamo il progetto di Ordine Mondiale messo a punto dal burattino sig.Bush e dai burattinai che da dietro manovrano le sue azioni.
Riconosciamo nel mondo arabo un focolaio di grande civilta’ che non ha bisogno di importare nessun modello stereotipato di pseudo-democrazia occidentale, vergognosa maschera per celare le sanguinarie aspirazioni al dominio sul mondo di potenti lobbies.
Il disprezzo per la vita e la dignita’, gli insulti all'umana intelligenza, l'arroganza becera del barbaro conquistatore senza cervello, la distruzione indiscriminata. Questo gli U.S.A. hanno portato in Iraq, durante e dopo la guerra, che l'amministrazione Bush, con una mossa a dir poco meschina, si e’ affrettata a dichiarare finita (sic!) dopo poche settimane di bombardamenti a tappeto (ops! dovremmo forse dire chirurgici?).
Come pretendono questi signori di continuare a propinarci menzogne sul loro interesse di portare giustizia, liberta’ e democrazia?
Questi signori dal grilletto facile (stile far west) sono, per la semplice legge del piu’ forte, i padroni del globo, ma lungi da loro il compito di paladini di qualsiasi valore o portatori di civilta’, almeno che non si intenda per questa la barbarie consumista, la sozzura intellettuale, la demenza comportamentale, l'idiozia musicale, le schifezze alimentari etc.
Questo è quello che gli U.S.A. sono in grado di esportare e quello che trovano diverso da questo lo distruggono con le bombe o con i dollari.
Si ripropone come sempre la scusa del portare democrazia, le maniere sono quelle di sempre: 60 anni fa come oggi si bombarda, si tortura e si riducono in schiavitu’ altri paesi per coprire loschi interessi finalizzati al governo mondiale di una sola ed unica “elite”.
Sempre loro portarono pace e democrazia in Giappone insieme alle bombe atomiche (piu’ grande massacro di civili della storia per cui non hanno ancora ad oggi chiesto scusa) e che recentemente hanno portato la pace in Kosovo, oltre all’uranio impoverito.
Ed oggi, come sempre, sono forse liberatori i torturatori di Guantanamo o Abu Graib?
Come puo’ essere considerato custode della pace uno Stato che nell’ultimo sessantennio ha direttamente o indirettamente – spesso sotto le mentite spoglie di operazioni di peace-keeping (sic!) – dichiarato decine di guerre e appoggiato regimi liberticidi al fine di tutelare i propri interessi economici?
Questa e’ la domanda cui vorrebbero risposta i popoli di Iraq, Indonesia, Honduras, ex-Iugoslavia, Palestina, Cuba, Guatemala, Nicaragua, Salvador, Filippine, Afghanistan, Vietnam etc. Tutti popoli che hanno visto profanato reiteratamente ed ingiustificatamente il proprio inviolabile diritto di autodeterminazione.
Queste sono le domande cui il presidente di questo Stato liberticida che verra’ a far visita nei prossimi giorni alla colonia italiana accolto da scodinzolanti lacche’ non dara’ mai risposta.
A colui che consapevolmente condanna a morte migliaia di uomini per poi riempirsi la bocca di parole come liberta’, giustizia, pace e democrazia, Fons Perennis esprime il proprio totale disprezzo!
Riteniamo che la tolleranza religiosa e il rispetto reciproco, oltre alla conservazione delle tradizioni particolari di ogni popolo, non possano venire a mancare.
Non amiamo le esibizioni dei muscoli e della forza esteriori,tipiche manifestazioni del mondo moderno, utili solo a celare un'assoluta vacuita’ interiore.

Per tutto questo:

DA NOI NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH !

FONS PERENNIS

 

Il manifesto di Fons Perennis contro la guerra all'Iraq


SI RITIENE OPPORTUNO COMUNICARE AI SOCI, LA POSIZIONE CHE L'ASSOCIAZIONE ASSUME IN SEGUITO ALL'ATTUALE CONFLITTO TRA GLI STATI UNITI D'AMERICA, LA COALIZIONE FORMATASI AL FIANCO DI QUESTI E L'IRAQ.
RICORDIAMO CHE LA SOVRANITA' DEGLI STATI E' UNO DEI PRINCIPI BASILARI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE! ORAMAI SI E' SOSTITUITO QUESTO DIRITTO CON QUELLO DEL PUGNO DI FERRO, SECONDO CUI IL PIU' FORTE HA SEMPRE RAGIONE E HA IL DIRITTO DI FARE QUALSIASI COSA! LEGAMI COL TERRORISMO E STRANE ARMI (DI CUI GLI USA SONO I PRIMI PRODUTTORI) SONO UNA BALLA!
SIAMO CERTI DEI MAL CELATI INTERESSI ECONOMICI CHE GLI STATI UNITI E I LORO ALLEATI (MA QUESTI SOLO DI RIMANDO) TRARRANNO DA QUESTO CONFLITTO E SIAMO SICURI CHE COLORO CHE SI SONO DICHIARATI CONTRARI NON HANNO RAGGIUNTO TALI POSIZIONI PER PURO SPIRITO UMANITARISTICO O PACIFISTICHE TENDENZE. CI RIFERIAMO NON SOLO ALLA FRANCIA O ALLA CINA (ENTRAMBE SPERIMENTANO L'ATOMICA E LA SECONDA ATTUA LA PENA DI MORTE), MA ANCHE A QUEI RAPPRESENTANTI DELL'OPPOSIZIONE NEL PARLAMENTO ITALIANO CHE QUALCHE ANNO FA SI MACCHIARONO DELLO STESSO CRIMINE APPROVANDO IL BOMBARDAMENTO DEI CITTADINI EUROPEI DI BELGRADO E CHE OGGI PER PURA SPECULAZIONE O SCIACALLAGGIO ELETTORALE SCENDONO NELLE PIAZZE A PERORARE COMUNQUE UNA GIUSTA CAUSA.
E' NECESSARIO COMUNQUE PRENDERE UNA POSIZIONE POICHE' RITENIAMO NON BASTI NON ESSERE NE' PER L'UNO NE' PER L'ALTRO. COSI' SI FACILITA IL PIU' FORTE E IN UN CERTO QUAL MODO SI ASSUME IN OGNI CASO UNA POSIZIONE.
PUR PRENDENDO DISTANZA DAL MODO DI GOVERNARE IL POPOLO IRACHENO DA PARTE DEL RAIS DI BAGHDAD E FAUTRICE DEL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, FONS PERENNIS CONDANNA L'AGGRESSIONE STATUNITENSE ALL'IRAQ E DICHIARA LA COMPLETA SOLIDARIETA' AL POPOLO IRACHENO. SOTTOLINEAMO ALTRESI' L'IMPORTANZA STORICA DI QUESTO EVENTO CHE A NOSTRO AVVISO SANCISCE L'INUTILITA' DELL'ONU, DELLA NATO E LO STATO DI CRISI PROFONDA DELL'UNIONE EUROPEA CHE PRIMA DI ESSERE ECONOMICA SPERAVAMO FOSSE POLITICA E CULTURALE E CHE INVECE HA CONFERMATO I NOSTRI TIMORI.
A CHI PARLA DI "LIBERAZIONE DELL'IRAQ" (SIC!), "LIBERTA' DURATURA" E DI "PACE E DEMOCRAZIA" MACELLANDO SOLDATI MALE ARMATI, DONNE, VECCHI E BAMBINI SOTTO UNA PIOGGIA DI BOMBE, A COSTORO, FONS PERENNIS DICHIARA IL PROPRIO DISPREZZO!

POSSA UN GIORNO LA STORIA CONDANNARE TUTTI I CRIMINALI CHE SI SONO NASCOSTI SOTTO LE FALSE SPOGLIE DEI "LIBERATORI"!

 

La poesia del momento presente: gli Haiku giapponesi
di Giancarlo Bagnetti


In Giappone esiste da molti secoli uno stile poetico molto originale chiamato haiku che consiste nell'espressione di brevissime impressioni su un'immagine di un momento presente. Uno dei piu' famosi autori anche conosciuto in occidente e' Basho che studiando lo Zen era abile nel penetrare il presente senza aggiungere pensieri e commenti della "falsa personalita'". L'haiku diventa cosi la naturale espressione della propria vacuita' interiore ed e' realizzabile quindi da colui che lavorando su stesso lotta contro il sonno della propria della coscienza e delle forze dell'immaginazione e del sogno; forze che ci trascinano continuamente tra passato e futuro privandoci dell'esperienza del risveglio al momento presente "qui ed ora".
Vi proponiamo ora alcuni di questi haiku con l'augurio che vi possano ad aiutare a comprendere la ricerca della semplice visione di un accadimento del presente quale porta per penetrare l'infinito.

Soffia il vento si tengono forte
i boccioli di pruno.

All'uomo solo ancora piu' amica
la luna.

Vorrei conoscere i loro sogni tra i fiori
ma le farfalle non hanno voce.

Mattino, gocce di luce fra le foglie
si cullano silenziose.

Oltre a questi haiku Vi proponiamo altre brevi composizioni:

Scorre giu' dalla pietra e canta,
la cascata.
Nei pressi, fa capolino gemmante
la felce: e' primavera.

L'allodola canta tutto il giorno
ma il giorno non dura
mai abbastanza.

Il tetto della casa si e' bruciato
ora posso finalmente vedere la luna.

Poiche' a sera potro' vederti,
amore,
anche il tramonto con cui pur muore il giorno
mi da piacere dolce.

L'amore e' diverso ormai, nei nostri cuori.
Puo' essere, pero',
che la luna di questa notte,
tu ammiri come sto ammirando io.

Ero molto triste e sono andato a vedere i monti
ma le nubi me li nascosero.

E' autunno, nel prato,
l'ultima farfalla silenziosa
ruba ad un filo d'erba
il suo diadema di rugiada.

Ho visto il fondale dell'acqua e rieccomi qua,
sembra dire il musetto di un anatroccolo.


L'ARCHITETTURA SACRA NELL'OPERA FEDERICIANA:
L'ESEMPIO DI CASTEL DEL MONTE
di Sabrina Betti e Andrea Nuzzi



Il presente contributo si propone di fornire degli elementi introduttivi per l'analisi della simbologia caratterizzante le opere architettoniche costruite sotto l'impulso di Federico II; piu' in particolare, saranno passati in rassegna i misteri inerenti alla funzione adempiuta da Castel del Monte. Questo articolo, da un lato, non ha alcuna velleita' di trattare esaustivamente un argomento talmente complesso che meriterebbe l'analisi di un esperto e, dall'altro, va interpretato unicamente come una sintesi degli aspetti piu' interessanti riguardanti il tema in parola.
Naturalmente la responsabilita' per errori e/o omissioni e' integralmente di chi scrive. Il lavoro sara' strutturato come segue: nel primo paragrafo, sara' introdotta una breve rassegna delle versioni piu' accreditate in merito alla funzione del castello; nel secondo, si descriveranno i principali elementi strutturali dello stesso; nel terzo paragrafo, verranno citate le interpretazioni maggiormente appropriate per la simbologia emergente dall'analisi strutturale del castello.
Infine, a titolo conclusivo, abbiamo ritenuto opportuno ricordare i principali tratti biografici dell'imperatore allo scopo di inquadrarne storicamente la figura.

1.QUALE FUNZIONE PER CASTEL DEL MONTE?
Il 28 gennaio 1240 Federico II da' l'ordine di costruire Castel del Monte. Originariamente inteso come castrum, si dice che il castello possa aver avuto molteplici funzioni. Al fine di comprendere quale potesse essere la funzione precipua del castello, e' utile ricordare le finalita' che per certo non potevano essere adempiute dallo stesso considerata la sua struttura. Possiamo asserire come non si trattasse sicuramente di una costruzione di difesa dal momento che non sono presenti molti tra gli elementi caratterizzanti tali tipologie di costruzione quali ad esempio le feritoie e il ponte levatoio; inoltre, appare interessante notare come le scale girino a sinistra lasciando la mano destra libera a chi sale. E' inoltre certo che non si trattava di una residenza stabile; secondo, una tra le tesi accreditate poteva trattarsi di un luogo scelto ad hoc per la caccia al falcone (Federico scrisse il trattato De arte venandi cum avibus) anche se appare quantomeno singolare la scelta di un castello cosi' curato nei dettagli per assolvere a siffatta funzione. La versione maggiormente accreditata attualmente e' quella secondo cui il castello rappresentava un simbolo per lo Stato (simbolo dell'8) costruito seguendo misteriose leggi siderali e la numerologia magica.
I fautori di tale interpretazione ricordano che l'ottagono e' la forma dei battesimali e rappresenta il simbolo della resurrezione; l'otto e' il numero dell'equilibrio cosmico, della rosa dei venti e dei raggi della ruota; inoltre, secondo gli stessi, il cortile sarebbe il pozzo, manifesta realizzazione dei tre ordini (terra, cielo e inferi) e dei tre elementi (acqua, terra e aria), e, parimenti, simbolo di verita'.
Alcuni dei sopra citati elementi sono presenti in altre costruzioni create sotto l'ordine di Federico II, vero e proprio edificatore di castelli e palatia (Foggia, Barletta, Bari, Trani, Brindisi, Capua) ed imperatore che lego' indissolubilmente la sua esistenza e le sue fortune a quelle dell'ordine dei Cistercensi
2. GLI ELEMENTI STRUTTURALI CARATTERIZZANTI IL CASTELLO.

Il castello e' costituito da un ottagono regolare di 16,50 mt con otto torrioni ottagonali. Il materiale utilizzato per la sua costruzione e' una miscela di calcare, marmo e breccia corallina. Al pianterreno sono presenti otto stanze trapezoidali.
Il cortile interno presenta, anch'esso, una forma ottagonale. L'impressione ottica che si ha quando si sosta nel cortile e' quella di essere immersi in fondo ad un pozzo. Al centro del cortile, al tempo di Federico II, era presente una vasca di marmo ottagonale, probabilmente simboleggiante la coppa del santo Graal.
Il primo piano si presenta piu' decorato rispetto al pianterreno. E' interessante notare come in tutte le sale del primo piano siano presenti dei camini. Infine, di rimarchevole importanza e' la tessitura muraria a opus reticularum tipicamente romana.
3. IL SOLE E CASTEL DEL MONTE: I SIMBOLI DI UNA SCIENZA SACRA.
Chi va in Piazza S. Pietro a Roma vede sul selciato i segni zodiacali. A mezzogiorno del giorno in cui il Sole entra nel segno zodiacale corrispondente e l'ombra dell'obelisco indica il simbolo del segno zodiacale. Tale allineamento astrale si verifica similarmente a Castel del Monte. Infatti, a mezzogiorno dell'equinozio di autunno (Bilancia), 23 settembre, il palo gnomone di 20,50 mt proietta un'ombra lunga quanto il cortile, all'entrata dello Scorpione l'ombra si proietta sulla larghezza delle sale del castello, all'entrata del Sagittario l'ombra lambisce la circonferenza esterna al castello, all'entrata del Capricorno si arriva alla recinzione ora inesistente. Interessante il rapporto con l'analemma di Vitruvio ovverosia il celebre disegno geometrico in base a cui si stabiliscono i segni zodiacali dalle ombre di un bastone: l'ombra del nostro grande bastone (gnomone di 20,50 mt) proietta l'ombra: - Al solstizio dÕestate sul primo bordo della vasca - Al 22 luglio (Leone) sul sedile della vasca - Al 22 agosto (Vergine) sul secondo bordo della vasca - Al 23 settembre (Bilancia) in corrispondenza della larghezza del cortile - Al 23 ottobre (Scorpione) in corrispondenza della larghezza delle sale - Al 22 novembre (Sagittario) in corrispondenza della circonferenza teorica in cui e' inscritto il castello - Al 21 dicembre (Capricorno) in corrispondenza della recinzione oggi scomparsa. L'unico neo di Castel del Monte e' che l'ottagono del cortile non e' regolare (tutti i lati sono in effetti diversi). Ma tale apparente imprecisione e' voluta al fine di ottenere un altro importante elemento cosmico: congiungendo gli angoli opposti, si otterranno degli angoli di 47,6 gradi, esattamente il doppio dell'inclinazione dell'asse terrestre (27,33). La terra compie un giro intorno al suo asse ogni 26.000 anni (precessione degli equinozi): la terra a Castel del Monte e' rappresentata dalla vasca che manca perche' distrutta. Essa, essendo al centro di tutto, riflette l'allora valida concezione geocentrica Tolemaica. Altro elemento magico che emerge analizzando la struttura di Castel del Monte e' il numero 1,618: la divina proporzione. Nelle sale trapezoidali il lato maggiore e' uguale al lato minore per 1,618 e se dividiamo il lato minore per la radice di due (1,272) <ETH> altro numero di estrema importanza simbolica - otteniamo la larghezza della sala.
I punti in cui sorge e tramonta il sole determinano 4 vertici di un rettangolo in divina proporzione. Da tale cura per l'ottenimento di componenti strutturali coerenti con questo numero aureo e' possibile evincere il sodalizio dell'imperatore con il matematico Leonardo Fibonacci da Pisa, tra i piu' celebri del tempo.
Il portale, vero e proprio capolavoro, e' considerabile una perfetta miscellanea di anticipazioni rinascimentali e reminiscenze gotiche. Dal punto di vista geometrico e' un pentagono con dentro una stella a cinque punte: anche in tal caso ritorna il concetto di divina proporzione. La circonferenza che contiene il pentagono ha un raggio di 5,5 mt ovverosia 10 cubiti sacri (cm 55) come il tempio di Salomone a Gerusalemme. La stella a cinque punte e' identificabile con il simbolo di uomo simile a quello pensato da Agrippa di Netesheim (uomo microcosmo). Simbolicamente il portale e' l'uomo che parte per il suo viaggio iniziatico (l'uomo che attraversa la porta, l'uomo che muore e nasce per la seconda volta = arya etc.).
Su ognuna di cinque delle otto torri sono presenti delle cisterne pensili e all'interno del castello sono identificabili cinque camini (acqua e fuoco). Tali corrispondenze possono essere qualificate come delle ammonizioni all'adepto che inizia il viaggio: l'acqua (battesimo) sicuramente non bastera' ma ci vorra' il fuoco interiore (coraggio/ardimento). Il Castello e' orientato con in punti cardinali e guarda a Est. Da cio' consegue che, agli equinozi, il primo raggio entrava nella finestra del piano superiore e usciva dall'altra finestra affacciandosi sul cortile in un riquadro in cui vi era un bassorilievo greco in cui una dama (Terra) riceveva dei doni da alcuni cavalieri. In una sala e' presente ancora oggi un mosaico che riporta antiche pratiche magiche: due quadrati disegnati orientati verso i punti cardinali con un cerchio per ogni angolo. Il mago si poneva nel cerchio centrale e i quattro adepti nei cerchi laterali. Fuori del quadrato e' visibile il segno di Salomone (stella a sei punte): due triangoli equilateri (uomo, fuoco, Sole, montagna e donna, grotta, acqua, Luna).

4. APPENDICE: CENNI BIOGRAFICI.
Nato a Iesi nel 1194 e morto a castello di Fiorentino nel 1250, figlio dell'imperatore Carlo VI e di Costanza d'Altavilla, fu posto nel 1198, dopo la morte dei genitori, sotto la reggenza del papa Innocenzo III. Figlio dell'imperatore Enrico Vi e di Costanza d'Altavilla fu imperatore dal 1220 al 1250. Incoronato re di Sicilia nel 1198, fu implicato nella lotta tra i feudatari tedeschi che si contendevano l'influenza politica nel regno. Si uni' in matrimonio nel 1209 a Costanza d'Aragona.
In un primo momento il papa era totalmente contrario all'unificazione sotto la sua figura del regno di Sicilia e della corona imperiale; in seguito, con l'aumento del potere del duca Ottone di Brunswick, divenuto imperatore e desideroso del regno normanno, il papa appoggio' la sua elezione a re nel 1212 a Francoforte.
Federico promise al nuovo papa Onorio III una crociata e, nel 1220 (22 novembre, divenne imperatore. Rientrato in Sicilia opero' un forte rinnovamento consistente nei seguenti punti:
- riaffermazione del potere regio contro quello feudatario;
- riorganizzazione dei sistemi amministrativi e giudiziari;
- fondazione di una nuova classe di funzionari a lui fedeli (es.: Roffredo da Viterbo e Pier delle Vigne).
Nel 1227 parte per la prima crociata dietro minaccia di scomunica di Gregorio IX; avversita' e imprevisti (tra cui un'epidemia) lo costrinsero a rimpatriare e, conseguentemente, fu colpito dalla promessa scomunica. Ripartito nel 1228, mediante un accordo con il sultano Al-Kamil, fu incoronato re di Gerusalemme, Nazareth e Betlemme il 18 marzo 1228. Rientrato in Italia, fu costretto dal papa alla pace di Ceprano (1230). Promulgate le costituzioni Melfitane nel 1231 (tasse adeguate, incentivi al commercio e alla produzione), inizio' a dirimere la questione dei comuni lombardi che si erano uniti con il papa: con la dieta di Ravenna ribadi' l'autorita' imperiale sopra tali comuni (dicembre 1231). In Sicilia, lo splendore raggiunto sotto la sua reggenza e' testimoniato dall'emissione della prima moneta aurea dai tempi dei Carolingi (augustale). Sedata la ribellione organizzata dal figlio Enrico in Germania nel 1234, ottenne l'appoggio dei principi contro i comuni nella Battaglia di Cortenuova (27 novembre 1237) ove inflisse una sonante sconfitta alla lega lombarda. Federico riceve nel 1239 una seconda scomunica (concilio di Lione) in quanto il matrimonio del figlio Enzo con Adelasia Visconti privava la Chiesa del dominio sulla Sardegna. Il successore di Gregorio, Innocenzo IV, lo depose, lo scomunico' per la terza volta e bandi' contro di lui una crociata di tutti i cristiani.
Nel 1248, l'imperatore subi' una grave sconfitta a Parma e nel 1249 il figlio Enzo cadde nelle mani dei Bolognesi che lo tennero prigioniero fino alla morte (1272).
Nel 1250, Federico II trovo' la morte per un attacco di dissenteria. Poeta egli stesso promosse la cultura latina, greca e araba nel suo impero e fondo' nel 1224 l'universita' di Napoli. Sotto il suo impero, si sviluppo' la scuola medica di Salerno. Oltre alla poesia coltivo' in prima persona l'astronomia, la filologia, la geografia e le scienze. Considerato un "secondo Cristo" incarno' perfettamente la dottrina degli avatara (cfr. Gioacchino da Fiore) e rispetto' l'Islam dando cosi' adito alle malignita' avversarie secondo cui era il nuovo "Anticristo". Naturalmente dal giorno della sua morte si scateno' una damnatio memoriae per i discendenti dello stupor mundi: "Guai a lasciare a quest'uomo e alla stirpe viperina lo scettro col quale dominava il popolo di Cristo" e "estirpate nome, corpo, seme ed eredi del babilonese" sono solo due dei numerosi anatemi pronunciati da papa Innocenzo IV seguiti alla lettera da Urbano IV e Clemente IV. Il nipote Federico mori' ventenne, Enrico Carlotto quindicenne, Corrado mori' di malaria nel 1254 e, una volta sepolto, la sua bara fu data alle fiamme a Messina, Manfredi fu sconfitto e mori' a Benevento nella battaglia contro Carlo d'Angio', la moglie fu incarcerata e mori' dopo cinque anni di torture. Tre suoi figli furono imprigionati a Castel del Monte senza mai vedere altro che le catene, Corradino fu decapitato a Napoli il 29 ottobre 1268.


L'idea della renovatio imperii nell'opera di Federico II
di Andrea Nuzzi

 

La parabola esistenziale dell'imperatore Federico II rappresenta un chiaro esempio dell'idea di predestinazione dal momento che, sin dai primi anni della sua vita, e' riconoscibile una volonta' incrollabile di ricostituzione di quell'ordine tradizionale andato perduto con la scomparsa dell'impero romano.
Lo stupor mundi questo l'appellativo con cui veniva chiamato dai contemporanei e' stato mosso in tutte le azioni della sua esistenza dal tentativo di rinvigorire quelle forze che per alcuni secoli parevano ormai sopite vista la crescente tendenza dei sovrani nazionali ad interessarsi unicamente di vicende particolari trascurando l'aspetto universalistico: in tale opera, ha assunto importanza essenziale il concetto di renovatio imperii dal momento che, sotto le insegne imperiali, Federico II riusci', almeno per qualche decennio, a ricostituire un ordo superioris sovraterreno sulla cui base fondo' uno stato tradizionale. Lo scopo di tale breve contributo consiste nell'analizzare le modalita' con cui Federico II porto' a compimento quest'opera immensa e, compatibilmente con i limiti di chi scrive, approfondire le motivazioni profonde che spinsero lo stesso ad intraprendere questo disegno.
In via preliminare, va rilevato come la portata delle seguenti note e'di carattere puramente introduttivo vista la vastita' dell'argomento in parola. Per chi fosse interessato ad approfondire le tematiche in modo piu' rigoroso, consigliamo la splendida opera di Ernst Kantorowicz "Federico II Imperatore".
Un primo aspetto di indubbia rilevanza nelle nostre analisi consiste nel ricordare che le condizioni politiche in cui versava l'Italia allÕepoca in cui nacque Federico II erano connotate dalla presenza di una curia romana dotata di un potere enorme che, grazie alla Donatio Constantinii documento riconosciuto come falso, si era appropriata non solo a livello spirituale ma anche politico-simbolico delle prerogative connaturate ad un sistema di governo imperiale; non a caso, tale opera si tradusse con l'appropriazione della formula Ego sum Caesar, Ego Imperator da parte dei papi (cfr. Kantorowicz, pag. 36 e ss.). Date queste condizioni di partenza, l'opera di Federico II appariva perlomeno titanica dal momento che la situazione politica italiana sembrava cristallizzata dall'immobilismo generale. La fortunata e felice cavalcata verso la Germania, intrapresa in piena eta' adolescenziale, dimostro' come il fato fosse dalla sua parte dal momento che una serie di coincidenze fortunate gli permise di varcare le Alpi e inoltrarsi in terra tedesca senza dover ricorrere ad alcuno scontro di rilievo; e proprio dalla Germania che, paradossalmente, lo Staufen intraprese la missione di romanizzazione dell'impero. Vero e' che tutte le variegate componenti delle popolazioni germaniche di quel periodo ritenevano di essere indissolubilmente legati al popolo romano. E la grandezza dello stratega unita alla predestinazione e' evidente proprio in siffatti contesti dal momento che egli comprende la presenza di elementi in fieri o allo stato latente che vanno unicamente riscoperti piuttosto che creati: egli comprese che le affinita' spirituali e materiali del popolo tedesco con quello romano erano cos“ spiccate che la traslazione di elementi costitutivi del sistema politico imperiale romano in Germania era di semplice realizzazione.
In tal senso, va sottolineato come, in questi anni, il diritto romano fa il proprio ingresso ufficiale in Germania dando vita a quella splendida combinazione di pragmatismo (ius romanorum) ed esattezza nella definizione dei concetti giuridici che caratterizza ancor oggi le famiglie Germanistiche del diritto. In modo simmetrico, lo Staufen si dedico' alla rinascita dello studio del diritto romano mediante il progetto di rinnovo dell'universita' di Napoli intrapreso nel 1234: a titolo di digressione, si ricordi come lo ius ritorno' ad essere un aspetto non solo connesso con fattori di carattere materiale e pragmatico ma anche con tematiche relative all'interpretazione della giustizia divina quale causa fondante lo stato delle res humanae. Non a caso l'assertore unico della verita' imperiale, il rappresentante diretto della volontˆ di Federico fu un giurista - Pier delle Vigne - che il Kantorowicz ricorda essere chiamato logoteta ovverosia ordinatore delle parole.
Federico II, a riprova di quanto sopra ricordato, fu incoronato imperatore secondo l'antica cerimonia riservata ai Cesari: imperatore dei romani diede cos“ nuovo senso al rito originario. Ottenuto il riconoscimento ufficiale della sua missione universale di reggitore del mondo, Federico allarga i confini del suo impero alla Terra Santa ove, il 18 marzo del 1229, si svolse nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme la piu' memorabile autoincoronazione imperiale che la storia ricordi fino a Napoleone. L'imperatore dei romani aveva cosi' simbolicamente ristabilito l'ordine: il potere spirituale e temporale erano finalmente ricongiunti nella figura del monarca universale in tal modo ponendosi al di sopra della stessa autoritˆ papale.
Renovatio iuris e renovatio dell'antico ordine sovvertito dalla dominazione della curia romana in base alla gia' citata donatio: queste le chiavi di volta dell'opera di Federico, nuovo Augusto che ha ai suoi piedi tutto il mondo conosciuto di allora e che governa l'orbe terrarum mediante la pax romana. La rinnovata coscienza della romanita' dell'impero si ripercuote necessariamente sugli eserciti comandati dallo Staufen che avanzano al grido di "Miles Roma! Miles Imperator!" servendo il loro condottiero felix victor ac triunphator.
Il magnetismo esercitato dalla capitale del mondo nei confronti della stirpe staufica rappresenta una delle motivazioni principali della concezione teleologico-finalistica dell'opera dell'imperatore che, conquistato sul campo il diritto a reggere il sentiero evolutivo dei destini di tutto il mondo conosciuto, si appresta ad intraprendere la sua opera di reductio ad originem degli aspetti spirituali, teologici, religiosi, politici, istituzionali, legislativi e relativi al ripristino dell'avito mos maiorum in un clima di diffusa euforia e fiducia da parte dei popoli governati nei suoi confronti.
A tale proposito, si ricordi il periodo particolare in cui viveva l'imperatore: lungi dall'essere un'epoca buia come superficialmente asserito dalla storiografia ufficiale moderna, il Medio-Evo, superate le ansie millenariste, e' caratterizzato dal riemergere in forma latente di alcune di quelle forze che operavano in seno allÕimpero romano e che rappresentarono uno dei fattori originari degli ordini cavallereschi. Una visione della storia maggiormente avveduta, anche se relegata ancora in posizione marginale dal paradigma dominante, considera quanto sopra riportato nell'opera di periodizzazione della splendida primavera rinascimentale dal momento che l'origine della stessa viene ricollocata temporalmente proprio a cavallo tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo (1100-1200).
Testimonianza reale di cio' e dell'influenza dell'opera federiciana in questa rinascita dei valori tradizionali e' riscontrabile nell'ordine dei cistercensi che furono uno degli assi portanti della sua politica: dal punto di vista architettonico/artistico, cio' si tradusse, da un lato, nella poesia dei trovatori e, dall'altro, nella creazione degli incantevoli chiostri e dei conventi di stile gotico dell'ordine.
Altro elemento caratterizzante l'idea della renovatio imperii si concretizza nel ripristino di un culto solare per l'Imperatore. In quest'ottica, una precisazione e' doverosa: la popolazione abitante l'area di dominio imperiale era, quasi per intero, cristiana e Federico II, conscio di cio', si dimostro' piu' volte spietato nel reprimere le eresie dimostrandosi un vero campione della difesa del cattolicesimo. Ciononostante, analizzando la letteratura celebrativa del tempo si riconosce la volonta' di identificare la forza imperiale nel motore immobile aristotelico al centro del sistema. In effetti tale concezione possiede in fieri la metafora dantesca delle due luci (sole e luna quali impero e chiesa): il primo virile e olimpico pianeta, la seconda femminile e mutevole satellite. Gia' alla nascita, l'Imperatore fu acclamato come re del sole da Federico di Antiochia e alla morte, dal figlio Manfredi: tramontato e' il sole del mondo che splende sopra le genti; tramontato e' il sole della giustizia, colui che dava la pace (Cfr. Kantorowicz, pag. 684).
Naturalmente questo tentativo rettificatore dell'ordine tradizionale ebbe delle importanti conseguenze in termini di realpolitik dal momento che papa Gregorio, ancora scottato per il trionfo inatteso dellÕimperatore in Terrasanta, non esito' a dichiarare eretica tutta la nobilta' filoimperiale dell'area laziale distruggendo presidi, ville e castelli e facendo incetta di marmi estremamente utili per le cave papali (sic!) ma naturalmente non poteva mancare la seconda scomunica avvenuta la domenica delle palme del 1239. A nostro avviso, la lotta tra lo Staufen e i quattro papi succedutisi durante la sua vita fu essenzialmente spirituale e la ragione principale dell'asperrimo trattamento riservato all'Imperatore da parte della curia risiede proprio nell'opera di renovatio imperii che implicava necessariamente il ricongiungimento nella sua figura dell'autorita' spirituale e temporale artificialmente separate negli ultimi anni di vita dell'impero romano. Testimonianza di cio' e'il fatto che i papi reagirono a questa rivoluzionaria opera di rettificazione con un’arma spirituale (la scomunica, pur avendo un valore eminentemente politico) e, secondariamente, mediante azioni di politica reale (alleanze con tutti gli avversari dell’imperatore - persino gli infedeli musulmani).
Ma la grandezza dell'Imperatore si tradusse non solo nell'assurgere a nuova autorita' spirituale mediante l'utilizzo delle forze piu' vivide presenti sul suolo italiano ma anche nel creare ex novo un apparato burocratico di primo ordine direttamente alle sue dipendenze che potesse contrastare l'opera della curia romana. Il territorio italiano fu pertanto organizzato nuovamente seguendo la duplice esigenza di rappresentare l'autorità politico-spirituale dell'Imperatore e di controllare pericolose deviazioni dal disegno complessivo: l'impero in tal senso e'per definizione universalistico e la sua sopravvivenza passa per combattere in ogni modo deviazioni particolaristiche come quella lombarda. A titolo conclusivo, considerando l'argomento di tale breve e superficiale contributo, appare utile ricordare il tentativo di Federico di entrare da imperatore in Roma: richiamato dalle forze filoimperiali della nobilta' romana, Federico II, in una cavalcata trionfale, si presento' di fronte a Roma ma, incredibile a dirsi, ma non troppo, come gia' accaduto in altre occasioni al popolo italiano, gli abitanti di Roma, impauriti dagli strali lanciati dal pontefice, abbandonarono colui che fino al giorno precedente era stato acclamato al grido Ecce salvator! Ecce imperator! Veniat, veniat imperator!
In quel preciso istante si comprese l'impossibilita' di portare a termine compiutamente il disegno federiciano di ricreare l'ordine imperiale romano, disegno tanto ambizioso quanto impossibile da realizzare dal momento che le forze spirituali che potevano sorreggere tale progetto erano oramai sopite.
Falli' uno degli ultimi tentativi di vincere con l’ordo superioris il particolarismo nazionalistico che sempre ha caratterizzato il continente europeo: come gia' detto, l'opera rimase praticamente incompiuta sia per le condizioni di carattere oggettivo cui accennavamo sopra che per l'attivita' dei quattro papi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX e Innocenzo IV) che caratterizzarono il periodo di Federico II.
Ma il suo ambizioso tentativo, pur avvicinandosi come mai ad un obiettivo apparentemente irrealizzabile, rappresento' la fine della stirpe staufica visto che i suoi discendenti conobbero una vera e propria damnatio memoriae: uno ad uno i suoi discendenti furono barbaramente uccisi e/o imprigionati - la luce cristallina e pura degli Hohenstaufen fu relegata all'abisso dell'oblio. Dannato Enzio, dannato Manfredi dannato Corradino l'aquila dell'impero romano smise definitivamente di volare e con essa il sogno della stirpe predestinata a realizzare tale sogno.

 

La tradizione giapponese della cerimonia del te' :
un profilo introduttivo

di Andrea Nuzzi

In nessun altro Paese del mondo il te' ha assunto un'importanza cosi' spiccata come in Giappone dal momento che in esso si fonde inscindibilmente con aspetti di carattere tradizionale e spirituale-religioso; questo elemento peculiare si traduce nel fatto che esiste un'arte tradizionale giapponese, il Cha-do, letteralmente la via del te', la cui codificazione risale a circa 500 anni fa. Lo scopo di tale breve contributo consiste nel fornire al lettore degli elementi utili per la comprensione degli aspetti pi? significativi dell'arte marziale in parola, chiarendo gia' in via preliminare che il miglior modo per raggiungere tale scopo si ottiene sperimentando in prima persona la pratica.
Etica ed estetica nella cerimonia del te'
La cerimonia del te' rispecchia alcuni dei punti essenziali della tradizione dell'estremo oriente dal momento che essa fonde con mirabile naturalezza aspetti sia etici che estetici: in effetti, uno tra gli scopi ultimi della cerimonia puo' essere individuato nella realizzazione di una serie di azioni con piena consapevolezza, elemento strumentale al raggiungimento di una serenita' da ottenere non solo durante la pratica ma anche e soprattutto nella vita di tutti giorni. Immaginando un sentiero di sviluppo della pratica, chi si avvicina alla stessa dovra' in primo luogo apprendere una serie di dettagli tecnici, prenderne consapevolezza e ripeterli con naturalezza per poi potersi concentrare sui concetti essenziali e superiori dell'arte, quelli riguardanti la sua formazione caratteriale. Come sopra rilevato, nell'esecuzione della cerimonia del te', anche l'estetica ha un suo ruolo precipuo; occorre pero' chiarire che l'eleganza, la leggiadria, la grazia, l'armonia sprigionata da un praticante esperto non sono da intendersi ne' con una connotazione teleologica ne' strumentale al raggiungimento di qualche ulteriore finalita'.
In sintesi, tale visione dell'estetica non va confusa con il concetto dell'estetica per l'estetica, ovverosia con il perseguimento del bello quale unico fine dell’esecuzione, nella cerimonia del te' la bellezza emerge naturalmente come una conseguenza della pratica. Per chiarire meglio la portata di tale concetto, sembra utile ricordare che non esistono atti senza un'utilita' pragmatica e superflui, tesi all'abbellimento dell’esecuzione: se, durante la cerimonia, si utilizza un fazzoletto di seta per pulire il ramo di bambu' che servira' per inserire il te' nella tazza, per quanto elegante possa essere la gestualita' nel farlo, il fine e' strettamente pratico!
Lo stesso vale per gli oggetti: anche se gli stessi raggiungono ormai livelli di splendore estetico notevolissimi, la loro funzione e' di carattere puramente pratico e, nelle radici della cerimonia del te', e' chiara la volonta' di ridurre al minimo il superfluo, il di piu'.
La cerimonia
Ma come si svolge una cerimonia del te'? La prima notazione di rilievo da ricordare in questa sede e' che la cerimonia del te' attribuisce un'importanza essenziale alla preparazione degli utensili, della stanza e dell'ambiente in cui si svolgera': l'ospite deve predisporre il tutto alla perfezione in modo che l'invitato possa sentirsi a proprio agio. Nessun dettaglio va trascurato. La stanza del te' rappresenta un vero e proprio microcosmo vivente in cui si percepisce la cura con cui essa e' stata preparata: tutto e' vivo a cominciare dai materiali con cui essa e' composta (legno, carta di riso, paglia).
In Giappone, se inserita all'interno di una casa, l'invitato potra' ascoltare l'incessante musica dell'acqua che, con un ritmo misurato, scandisce il tempo; ogni istante sembra infinito, per un attimo si puo' comprendere lo sfuggente concetto di istante di durata.
Le porte scorrevoli (shoji) dividono i vari ambienti della casa non in modo radicale e netto, come negli occidentali appartamenti, ma in modo impercettibile, come se si volesse ottenere uno stato di permanente osmosi tra essi; anche l'ingresso della luce non e' impedito ma filtrato dalla carta di riso, conferendo cosi' alla casa in generale e alla stanza del te' in particolare un livello di luce adatto per stimolare lo spirito contemplativo. Tradizionalmente, l'invitato giunge presso la stanza del te' dopo aver attraversato un giardino curato secondo i canoni della filosofia zen il cui scopo precipuo consiste nel preparare l'animo dell’ospite a ricevere e offrire al tempo stesso serenita': esso rappresenta una volta ancora una meravigliosa esemplificazione della perfetta integrazione tra natura ed opera umana. Attraversando tali giardini si ha l'impressione di entrare in un cosmo a parte: esempi unici di giardini zen sono tuttora conservati presso le ville imperiali soprattutto nell'area di Kyoto ed, in particolare, piace in questa sede ricordare quello della villa di Katsura che conduce ad una stanza del te' da cui la sera ? possibile ammirare il riflesso della luce lunare nello stagno della villa.
La stanza si compone di alcune stuoie (tatami) , ove e' inserita una piccola nicchia (tokonoma) che contiene la composizione floreale (chabana) e una calligrafia giapponese su un rotolo di carta di riso che riporta il piu' delle volte una massima zen; un braciere (furo) e una teiera (kama) completano la stanza.
L'invitato, entrando nella stanza del te' si inchina in senso di rispetto e poi osserva attentamente ogni singolo particolare della stessa apprezzando anche l'aspetto estetico della composizione floreale che l'ospite ha espressamente preparato per lui. Preliminarmente alla cerimonia, l'ospite ha pulito tutti gli oggetti in senso di rispetto sia verso gli stessi che verso l'invitato, operazione che simbolicamente riecheggia una pulizia e una preparazione interiore alla cerimonia e che verra' ripetuta un'altra volta di fronte all'invitato. Inoltre ha preparato mediante una cerimonia particolare il carbone all'interno del braciere; dopo tali attivita' preliminari, l'ospite offre dei dolci agli invitati che siedono in ordine gerarchico e che curano di chiedere il permesso agli altri prima di mangiare gli stessi e che ringraziano l'ospite per l'offerta; a questo punto, ricevono il te' dall'ospite, lo ringraziano, chiedono il permesso agli altri invitati e offrono anche un giudizio sulla bonta' del te' all'ospite; infine chiedono a quest'ultimo di poter osservare gli oggetti utili alla preparazione del te' e ne chiedono provenienza, stile, tipologia di manifattura e chi ne e' l'autore. L'ospite dopo aver preparato il te' per tutti gli invitati esce dalla stanza e ringrazia con un profondo inchino gli stessi che ricambiano; soli nella stanza questi osservano con lo stesso rispetto di quando sono entrati tutti i particolari manifestando questo sentimento con profondi inchini verso i singoli elementi costitutivi della stessa.
I principi base
Posto quanto sopra, riteniamo che la cerimonia del te' rappresenti una delle migliori espressioni dello spirito tradizionale giapponese: in essa si possono riconoscere l'amore dei giapponesi per la riservatezza e per il silenzio; per alcuni momenti solo un silenzio sereno parla, l'unico suono e' quello dell'acqua posta nel braciere riscaldata dal carbone che ricorda il suono del vento che filtra tra gli alberi di una foresta. L'odore dell'incenso che brucia lentamente sul carbone riempie la stanza e mette gli ospiti nella predisposizione adatta per ricevere; il naturale profumo del te' verde giapponese, che non attraversa alcun processo di raffinazione nella sua produzione al contrario del te' occidentale (English style), si spande gradualmente. Ogni singolo suono rappresenta un codice per avviare altre operazioni nella cerimonia del te' in una perfetta danza coordinata tra ospite ed inviatati.
Sostrato etico di tutto cio' sono i quattro principi base della cerimonia del te', che, da cinque secoli a questa parte, ispirano tutte le scuole e i praticanti delle stesse. Essi sono armonia, rispetto, purezza e pace/serenita' interiore.
L'armonia si concretizza nella predisposizione di un clima di calma nella cerimonia in cui la personalita', l'ego, i conflitti vengono lasciati simbolicamente al di fuori del microcosmo della stanza del te': l'ospite dovrebbe offrire serenita' agli invitati ed, in effetti, se teso, offre tensione agli stessi. Rispetto nei confronti degli altri partecipanti, delle regole della cerimonia e degli stessi oggetti con cui si svolge la cerimonia del te' che, simbolicamente, possiedono una faccia e un retro.
Purezza nel senso di purificazione di tutto quanto e' personale e sovrastrutturale, che possa ostacolare la condivisione dello stato di serenita': la pulizia degli oggetti prima della cerimonia rappresenta proprio tale passaggio. Serenita' interiore quale tentativo di stimolare in se stessi uno spirito contemplativo che permetta di apprezzare tutti i dettagli della cerimonia, dai piu' materiali (gli oggetti) ai piu' spirituali (l'armonia tra ospite e invitati che si respira durante la cerimonia).
Questi quattro principi di base implicano che il praticante si dovra' relazionare con tutto, persino con gli oggetti, con amore, cura ed attenzione senza indulgere a lamentarsi se sorge qualche problema ma essendo sempre pronto ad affrontare l'imprevisto: anche le regole che, come sopra descritte, sembrano estremamente rigide vanno assolte con la massima armonia e naturalezza. La preparazione della cerimonia diventa cos“ uno strumento per purificare il proprio cuore: liberi da aspettative, in uno stato di calma, serenita', pace, silenzio interiore e armonia si assapora il te' verde.
Ichigo ichie: una vita, un incontro
Un discepolo pose un giorno il seguente quesito a Sen Rikyu: "Puoi dirmi con precisione quali siano le cose piu' importanti da comprendere e ricordare in una Riunione del te'?" Il Maestro rispose: "Prepara una tazza di buon te'; disponi il carbone di legna in modo che scaldi bene l'acqua; disponi i fiori cosi' come sono nei campi; in estate suggerisci il fresco, in inverno il caldo; che tutto sia pronto in anticipo; sii preparato per la pioggia; sta bene attento alle persone che riunisci in un invito". Il discepolo, deluso perche' non trovava nulla che gli rivelasse il segreto della pratica, esclamo': Ma tutto questo lo so gia'! Rikyu rispose: "Ebbene! Se tu puoi ospitare una Riunione del te' senza trascurare nessuna delle regole che ti ho appena enunciate, io diventero' tuo discepolo". L'esempio sopra riportato dimostra come la cerimonia del te' poggi su una semplicita' di fondo che dovrebbe influenzare tutti gli aspetti della pratica: il punto essenziale da non trascurare e' l'attenzione per i dettagli da curare nel tentativo di mettere a proprio agio l'invitato.
Tale elemento suggerisce l'importanza del rapporto tra ospite ed invitato magistralmente sintetizzato dal detto ichigo ichie (una vita, un incontro): infatti nella cerimonia del te' non rileva tanto la performance di perizia tecnica e di padronanza dei movimenti codificati quanto l'importanza della relazione che si stabilisce tra ospite ed inviato. L'ospite mette il meglio di se stesso nel preparare il te' per l'invitato ed e' sua responsabilita' se quest'ultimo non raggiunge uno stato di armonia. Appare sensato sottolineare che, per trovare tale concetto di ospitalita', bisogna tornare indietro di un paio di millenni ai tempi dell'antica Roma e forse ancor di piu' nell'Ellade ove l'ospita' era sacra; il momento che l'ospite e l'invitato condividono e' unico e irripetibile. Qui ed ora si realizza la magia dell'incontro, e ogni volta si dovrebbe ripresentare l'irripetibile magia del primo incontro.
La capacita' di assolvere a tale compito si potra' raggiungere solo dopo moltissimi anni di pratica costante in cui il praticante dovrebbe mettere da parte l'ego e, calmo, ricettivo, in uno stato di umilta', sbagliare, accettare i rimproveri del maestro, imparare prima con la mente, poi con il corpo, essendo consapevole dell'infinita lunghezza della via e cercando di trasferire progressivamente la pratica dal momento della cerimonia alla vita quotidiana. Lo spirito zen che informa la via del te' sgombra pertanto il campo da tutte le giustificazioni e i tentativi di indulgere verso se stessi caratteristici dell'uomo moderno e offre un'unica chiave per migliorare: la via secca della pratica.
A titolo conclusivo, piace a chi scrive immaginare, in coerenza con lo spirito ichigo ichie, la cerimonia del te' come momento di incontro tra uomini i cui destini si incrociano per un attimo e che, per motivi diversi, prendono strade separate pur partendo dalla stessa radice. Come riportato dal seguente waka : Guardandomi attorno, non vedo ne' fiori ne' foglie rosse autunnali. Una solitaria capanna in riva al mare. Tramonto d'autunno.


Toro Seduto e lo sterminio dei Sioux
di Romina Cometti

 

Stanziati nelle terre delle Pianure Centrali, i Sioux si dividevano in diversi rami. I Lakota erano i piu' occidentali delle tribu' e i Dakota (semisedentari).
Tutte le tribu' Sioux appartenevano al gruppo linguistico siouan.
Il territorio delle grandi pianure si distende da nord a sud per quasi duemila miglia. Dal North Saskatchewan River in Canada sin quasi al Rio Grande in Messico.
I confini orientali coincidono approssimativamente con le valli del Mississippi-Missouri, e quelli occidentali con le prime contrafforti delle Montagne Rocciose. L'area complessiva e' di circa un milione di miglia quadrate.
La Grande Riserva Sioux viene creata nel 1868 e copre un'area assai vasta a ovest del fiume Missouri, nell'attuale South Dakota. La regione comprende le Pa Sapa, o Black Hills, un'area ritenuta sacra dai Lakota.
Sfortunatamente, dal 1875, il governo americano avvalla numerose spedizioni alla ricerca di giacimenti auriferi, di fatto inesistenti, nello stesso territorio riservato ai Sioux. Inizia cosi' una vera e propria invasione del territorio lakota, che viola di fatto il trattato del 1868. Fu nel marzo 1876 che inizia una nuova guerra, in seguito al rifiuto di Toro Seduto, capo dei Sioux Hunkpapa, di lasciare la zona del fiume Powder. Crook attacca i Sioux e loro alleati Cheyenne quello stesso mese, ma l'offensiva viene abbandonata per le pessime condizioni climatiche.
Nel frattempo, con il trascorrere dei mesi, si va formando, nella valle di Little Big Horn, una delle massime concentrazioni di indiani delle Pianure di cui si abbia notizia in epoca storica. I capi sono lo stesso Toro Seduto e Cavallo Pazzo (capo di guerra Ogala) e l'insediamento conta circa quindicimila persone. Tra il 17 e il 26 giugno dello stesso anno, si verifica l'attacco americano al grande insediamento, la sconfitta piu' bruciante per l’esercito di Custer e compagni, ma che ha comunque come risultato un nuovo disgregamento delle tribu' e solo alcune bande, ancora contrarie ai trattati, guidate da Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Cavallo Americano, Coltello Spuntato e Piccolo Lupo, rimangono nella regione del fiume Powder, ma il loro futuro e' ormai segnato. Alla fine dell’estate del 1876 Lakota e Cheyenne vengono sconfitti. L' 8 settembre 1876, Buttes, Mills e Crook attaccano il villaggio di Cavallo Americano distruggendolo e uccidendo il suo capo. Nel novembre dello stesso anno viene distrutto il villaggio di Coltello Spuntato.
A Cedar Creek, nello Yellowstone, il 20 ottobre 1876, il colonnello Miles tratta con Toro Seduto che chiede la pace sulle vecchie condizioni (liberta' di movimento e di caccia), ma pochi mesi piu' tardi, sulla Wolf Mountain, nella catena di Big Horn, lo stesso Miles attacca Cavallo Pazzo e i Lakota, distruggendo l'accampamento e mettendo in fuga Cavallo Pazzo.
A marzo Toro Seduto si ritira, con circa novecento seguaci, in Canada e a maggio Miles attacca e distrugge il villaggio dei Siox Miniconijou, uccidendo i capi Stella di Ferro e Cervo Zoppo. Cavallo Pazzo si arrende, ma il 7 settembre 1877, a Fort Robinson, nel Nebraska, fa resistenza all'arresto e viene ucciso. Sempre a Fort Robinson, nel gennaio 1879, i Cheyenne di Coltello Spuntato, arresisi per fame, fuggono dalle baracche dell'esercito: sessantaquattro vengono uccisi e cinquanta feriti. Nello stesso periodo i Lakota di Toro Seduto iniziano il loro lento ritorno dal Canada al territorio degli Stati Uniti, sfiancati dalla condizioni climatiche e dalla scarsita' di selvaggina.
Il 20 luglio del 1881, alla testa di meno di duecento seguaci, Toro seduto si arrende. Per due anni rimane prigioniero di guerra, ma nel 1883 riesce a far ritorno alla riserva del suo popolo. Ma l'arrivo di nuovi coloni e la costruzione di sempre nuove linee ferroviarie faceva della Grande Riserva Sioux un ostacolo all'espansione verso ovest. Nel 1889, dopo molte trattative e promesse mai mantenute, vennero sottratte alla Riserva vaste aree, sebbene Toro Seduto si opponesse. Tra il 1889 e il 1890 le condizioni dei Sioux erano ormai sull'orlo della catastrofe. Le epidemie stroncano la popolazione e l'organizzazione politica crolla. Vengono soppresse le loro cerimonie religiose, come anche il diritto alla caccia. A questo si aggiunge l'obbligo di mandare i bambini a scuola (Boarding Schools), dove i piccoli dimenticano quanto ancora poteva essere loro trasmesso dalla tradizione della tribu' e imparano a vivere secondo i costumi europei.
Tutti gli antichi valori perdono via via di significato, non esistono piu' le condizioni per la realizzazione di se' secondo la tradizione della tribu'.
I Lakota perdono gradualmente il loro senso di identita' come popolo e lo stesso accade alle altre tribu' delle Grandi Pianure. Da un tale stato di avvilimento sorgono nuove credenze riguardo alla prossima liberazione degli Indiani dal dominio dell'uomo bianco.
Palese frutto di sincretismi con la religione cristiana, la cui dottrina si diffonde attraverso l'opera dei missionari, la profezia piu' importante in questo periodo e' quella del dio Wovoka. Quest'ultimo infatti, avrebbe presto riscattato il suo popolo dal dominio straniero. La divinita' richiede nelle visioni dei capi e degli shamani che si danzi per lui, e cosi' fanno diverse tribu' Sioux, con la Danza degli Spettri (o degli Spiriti). Ma la proibizione di ogni cerimonia trasforma il giorno del 15 dicembre 1890 nella triste data della morte di Toro Seduto, colpito dal fucile di Tomahawk Rosso, proprio mentre veniva arrestato.
Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il capo dei Miniconjou, Piede Grosso (alla cui tribu' si erano uniti gli Hunkpapa di Toro Seduto, a seguito della morte del loro capo) e circa trecento indiani, uomini donne e bambini, vengono uccisi presso il torrente di Wounded Knee.


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