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ARTICOLI
Appunti
sul Buddhismo
Sig.Bush
da noi non sei il benvenuto!
Il
manifesto di Fons Perennis contro la guerra all'Iraq
La
poesia del momento presente: gli Haiku giapponesi
Diario
della gita a Vipiteno del 21/6/02
L'architettura
sacra nell'opera Federiciana: l'esempio di Castel del Monte
L'idea
della renovatio imperii nell'opera di Federico II
La
tradizione giapponese della cerimonia del te': un profilo introduttivo
Toro
Seduto e lo sterminio dei Sioux
NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH!
In occasione della poco gradita di Bush a Roma Fons Perennis scrive
un proprio manifesto.
Per
quanto ci riguarda:
NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH!
Di fronte all'arrivo del rappresentante degli Stati Uniti che si
presenta con un biglietto da visita sporco del sangue di migliaia
di innocenti, trucidati dalle bombe dei suoi good american guys,
la nostra Associazione Culturale risponde:
TORNA PURE A CASA, QUI DA NOI NON SEI IL BENVENUTO!
Rifiutiamo il progetto di Ordine Mondiale messo a punto dal burattino
sig.Bush e dai burattinai che da dietro manovrano le sue azioni.
Riconosciamo nel mondo arabo un focolaio di grande civilta’
che non ha bisogno di importare nessun modello stereotipato di pseudo-democrazia
occidentale, vergognosa maschera per celare le sanguinarie aspirazioni
al dominio sul mondo di potenti lobbies.
Il disprezzo per la vita e la dignita’, gli insulti all'umana
intelligenza, l'arroganza becera del barbaro conquistatore senza
cervello, la distruzione indiscriminata. Questo gli U.S.A. hanno
portato in Iraq, durante e dopo la guerra, che l'amministrazione
Bush, con una mossa a dir poco meschina, si e’ affrettata
a dichiarare finita (sic!) dopo poche settimane di bombardamenti
a tappeto (ops! dovremmo forse dire chirurgici?).
Come pretendono questi signori di continuare a propinarci menzogne
sul loro interesse di portare giustizia, liberta’ e democrazia?
Questi signori dal grilletto facile (stile far west) sono, per la
semplice legge del piu’ forte, i padroni del globo, ma lungi
da loro il compito di paladini di qualsiasi valore o portatori di
civilta’, almeno che non si intenda per questa la barbarie
consumista, la sozzura intellettuale, la demenza comportamentale,
l'idiozia musicale, le schifezze alimentari etc.
Questo è quello che gli U.S.A. sono in grado di esportare
e quello che trovano diverso da questo lo distruggono con le bombe
o con i dollari.
Si ripropone come sempre la scusa del portare democrazia, le maniere
sono quelle di sempre: 60 anni fa come oggi si bombarda, si tortura
e si riducono in schiavitu’ altri paesi per coprire loschi
interessi finalizzati al governo mondiale di una sola ed unica “elite”.
Sempre loro portarono pace e democrazia in Giappone insieme alle
bombe atomiche (piu’ grande massacro di civili della storia
per cui non hanno ancora ad oggi chiesto scusa) e che recentemente
hanno portato la pace in Kosovo, oltre all’uranio impoverito.
Ed oggi, come sempre, sono forse liberatori i torturatori di Guantanamo
o Abu Graib?
Come puo’ essere considerato custode della pace uno Stato
che nell’ultimo sessantennio ha direttamente o indirettamente
– spesso sotto le mentite spoglie di operazioni di peace-keeping
(sic!) – dichiarato decine di guerre e appoggiato regimi liberticidi
al fine di tutelare i propri interessi economici?
Questa e’ la domanda cui vorrebbero risposta i popoli di Iraq,
Indonesia, Honduras, ex-Iugoslavia, Palestina, Cuba, Guatemala,
Nicaragua, Salvador, Filippine, Afghanistan, Vietnam etc. Tutti
popoli che hanno visto profanato reiteratamente ed ingiustificatamente
il proprio inviolabile diritto di autodeterminazione.
Queste sono le domande cui il presidente di questo Stato liberticida
che verra’ a far visita nei prossimi giorni alla colonia italiana
accolto da scodinzolanti lacche’ non dara’ mai risposta.
A colui che consapevolmente condanna a morte migliaia di uomini
per poi riempirsi la bocca di parole come liberta’, giustizia,
pace e democrazia, Fons Perennis esprime il proprio totale disprezzo!
Riteniamo che la tolleranza religiosa e il rispetto reciproco, oltre
alla conservazione delle tradizioni particolari di ogni popolo,
non possano venire a mancare.
Non amiamo le esibizioni dei muscoli e della forza esteriori,tipiche
manifestazioni del mondo moderno, utili solo a celare un'assoluta
vacuita’ interiore.
Per tutto questo:
DA NOI NON SEI IL BENVENUTO SIG. BUSH !
FONS PERENNIS
Il
manifesto di Fons Perennis contro la guerra all'Iraq
SI RITIENE OPPORTUNO COMUNICARE AI SOCI, LA POSIZIONE CHE L'ASSOCIAZIONE
ASSUME IN SEGUITO ALL'ATTUALE CONFLITTO TRA GLI STATI UNITI D'AMERICA,
LA COALIZIONE FORMATASI AL FIANCO DI QUESTI E L'IRAQ.
RICORDIAMO CHE LA SOVRANITA' DEGLI STATI E' UNO DEI PRINCIPI BASILARI
DEL DIRITTO INTERNAZIONALE! ORAMAI SI E' SOSTITUITO QUESTO DIRITTO
CON QUELLO DEL PUGNO DI FERRO, SECONDO CUI IL PIU' FORTE HA SEMPRE
RAGIONE E HA IL DIRITTO DI FARE QUALSIASI COSA! LEGAMI COL TERRORISMO
E STRANE ARMI (DI CUI GLI USA SONO I PRIMI PRODUTTORI) SONO UNA
BALLA!
SIAMO CERTI DEI MAL CELATI INTERESSI ECONOMICI CHE GLI STATI UNITI
E I LORO ALLEATI (MA QUESTI SOLO DI RIMANDO) TRARRANNO DA QUESTO
CONFLITTO E SIAMO SICURI CHE COLORO CHE SI SONO DICHIARATI CONTRARI
NON HANNO RAGGIUNTO TALI POSIZIONI PER PURO SPIRITO UMANITARISTICO
O PACIFISTICHE TENDENZE. CI RIFERIAMO NON SOLO ALLA FRANCIA O ALLA
CINA (ENTRAMBE SPERIMENTANO L'ATOMICA E LA SECONDA ATTUA LA PENA
DI MORTE), MA ANCHE A QUEI RAPPRESENTANTI DELL'OPPOSIZIONE NEL PARLAMENTO
ITALIANO CHE QUALCHE ANNO FA SI MACCHIARONO DELLO STESSO CRIMINE
APPROVANDO IL BOMBARDAMENTO DEI CITTADINI EUROPEI DI BELGRADO E
CHE OGGI PER PURA SPECULAZIONE O SCIACALLAGGIO ELETTORALE SCENDONO
NELLE PIAZZE A PERORARE COMUNQUE UNA GIUSTA CAUSA.
E' NECESSARIO COMUNQUE PRENDERE UNA POSIZIONE POICHE' RITENIAMO
NON BASTI NON ESSERE NE' PER L'UNO NE' PER L'ALTRO. COSI' SI FACILITA
IL PIU' FORTE E IN UN CERTO QUAL MODO SI ASSUME IN OGNI CASO UNA
POSIZIONE.
PUR PRENDENDO DISTANZA DAL MODO DI GOVERNARE IL POPOLO IRACHENO
DA PARTE DEL RAIS DI BAGHDAD E FAUTRICE DEL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE
DEI POPOLI, FONS PERENNIS CONDANNA L'AGGRESSIONE STATUNITENSE ALL'IRAQ
E DICHIARA LA COMPLETA SOLIDARIETA' AL POPOLO IRACHENO. SOTTOLINEAMO
ALTRESI' L'IMPORTANZA STORICA DI QUESTO EVENTO CHE A NOSTRO AVVISO
SANCISCE L'INUTILITA' DELL'ONU, DELLA NATO E LO STATO DI CRISI PROFONDA
DELL'UNIONE EUROPEA CHE PRIMA DI ESSERE ECONOMICA SPERAVAMO FOSSE
POLITICA E CULTURALE E CHE INVECE HA CONFERMATO I NOSTRI TIMORI.
A CHI PARLA DI "LIBERAZIONE DELL'IRAQ" (SIC!), "LIBERTA'
DURATURA" E DI "PACE E DEMOCRAZIA" MACELLANDO SOLDATI
MALE ARMATI, DONNE, VECCHI E BAMBINI SOTTO UNA PIOGGIA DI BOMBE,
A COSTORO, FONS PERENNIS DICHIARA IL PROPRIO DISPREZZO!
POSSA UN GIORNO LA STORIA CONDANNARE TUTTI I CRIMINALI CHE SI SONO
NASCOSTI SOTTO LE FALSE SPOGLIE DEI "LIBERATORI"!
La
poesia del momento presente: gli Haiku giapponesi
di Giancarlo Bagnetti
In Giappone
esiste da molti secoli uno stile poetico molto originale chiamato
haiku che consiste nell'espressione di brevissime impressioni su
un'immagine di un momento presente. Uno dei piu' famosi autori anche
conosciuto in occidente e' Basho che studiando lo Zen era abile
nel penetrare il presente senza aggiungere pensieri e commenti della
"falsa personalita'". L'haiku diventa cosi la naturale
espressione della propria vacuita' interiore ed e' realizzabile
quindi da colui che lavorando su stesso lotta contro il sonno della
propria della coscienza e delle forze dell'immaginazione e del sogno;
forze che ci trascinano continuamente tra passato e futuro privandoci
dell'esperienza del risveglio al momento presente "qui ed ora".
Vi proponiamo ora alcuni di questi haiku con l'augurio che vi possano
ad aiutare a comprendere la ricerca della semplice visione di un
accadimento del presente quale porta per penetrare l'infinito.
Soffia il vento si tengono forte
i boccioli di pruno.
All'uomo solo ancora piu' amica
la luna.
Vorrei conoscere i loro sogni tra i fiori
ma le farfalle non hanno voce.
Mattino, gocce di luce fra le foglie
si cullano silenziose.
Oltre a questi haiku Vi proponiamo altre brevi composizioni:
Scorre giu' dalla pietra e canta,
la cascata.
Nei pressi, fa capolino gemmante
la felce: e' primavera.
L'allodola canta tutto il giorno
ma il giorno non dura
mai abbastanza.
Il tetto della casa si e' bruciato
ora posso finalmente vedere la luna.
Poiche' a sera potro' vederti,
amore,
anche il tramonto con cui pur muore il giorno
mi da piacere dolce.
L'amore e' diverso ormai, nei nostri cuori.
Puo' essere, pero',
che la luna di questa notte,
tu ammiri come sto ammirando io.
Ero molto triste e sono andato a vedere i monti
ma le nubi me li nascosero.
E' autunno, nel prato,
l'ultima farfalla silenziosa
ruba ad un filo d'erba
il suo diadema di rugiada.
Ho visto il fondale dell'acqua e rieccomi qua,
sembra dire il musetto di un anatroccolo.
L'ARCHITETTURA
SACRA NELL'OPERA FEDERICIANA:
L'ESEMPIO DI CASTEL DEL MONTE
di Sabrina Betti e Andrea Nuzzi
Il presente contributo si propone di fornire degli elementi introduttivi
per l'analisi della simbologia caratterizzante le opere architettoniche
costruite sotto l'impulso di Federico II; piu' in particolare, saranno
passati in rassegna i misteri inerenti alla funzione adempiuta da
Castel del Monte. Questo articolo, da un lato, non ha alcuna velleita'
di trattare esaustivamente un argomento talmente complesso che meriterebbe
l'analisi di un esperto e, dall'altro, va interpretato unicamente
come una sintesi degli aspetti piu' interessanti riguardanti il
tema in parola.
Naturalmente la responsabilita' per errori e/o omissioni e' integralmente
di chi scrive. Il lavoro sara' strutturato come segue: nel primo
paragrafo, sara' introdotta una breve rassegna delle versioni piu'
accreditate in merito alla funzione del castello; nel secondo, si
descriveranno i principali elementi strutturali dello stesso; nel
terzo paragrafo, verranno citate le interpretazioni maggiormente
appropriate per la simbologia emergente dall'analisi strutturale
del castello.
Infine, a titolo conclusivo, abbiamo ritenuto opportuno ricordare
i principali tratti biografici dell'imperatore allo scopo di inquadrarne
storicamente la figura.
1.QUALE FUNZIONE PER CASTEL DEL MONTE?
Il 28 gennaio 1240 Federico II da' l'ordine di costruire Castel
del Monte. Originariamente inteso come castrum, si dice che il castello
possa aver avuto molteplici funzioni. Al fine di comprendere quale
potesse essere la funzione precipua del castello, e' utile ricordare
le finalita' che per certo non potevano essere adempiute dallo stesso
considerata la sua struttura. Possiamo asserire come non si trattasse
sicuramente di una costruzione di difesa dal momento che non sono
presenti molti tra gli elementi caratterizzanti tali tipologie di
costruzione quali ad esempio le feritoie e il ponte levatoio; inoltre,
appare interessante notare come le scale girino a sinistra lasciando
la mano destra libera a chi sale. E' inoltre certo che non si trattava
di una residenza stabile; secondo, una tra le tesi accreditate poteva
trattarsi di un luogo scelto ad hoc per la caccia al falcone (Federico
scrisse il trattato De arte venandi cum avibus) anche se appare
quantomeno singolare la scelta di un castello cosi' curato nei dettagli
per assolvere a siffatta funzione. La versione maggiormente accreditata
attualmente e' quella secondo cui il castello rappresentava un simbolo
per lo Stato (simbolo dell'8) costruito seguendo misteriose leggi
siderali e la numerologia magica.
I fautori di tale interpretazione ricordano che l'ottagono e' la
forma dei battesimali e rappresenta il simbolo della resurrezione;
l'otto e' il numero dell'equilibrio cosmico, della rosa dei venti
e dei raggi della ruota; inoltre, secondo gli stessi, il cortile
sarebbe il pozzo, manifesta realizzazione dei tre ordini (terra,
cielo e inferi) e dei tre elementi (acqua, terra e aria), e, parimenti,
simbolo di verita'.
Alcuni dei sopra citati elementi sono presenti in altre costruzioni
create sotto l'ordine di Federico II, vero e proprio edificatore
di castelli e palatia (Foggia, Barletta, Bari, Trani, Brindisi,
Capua) ed imperatore che lego' indissolubilmente la sua esistenza
e le sue fortune a quelle dell'ordine dei Cistercensi
2. GLI ELEMENTI STRUTTURALI CARATTERIZZANTI IL CASTELLO.

Il
castello e' costituito da un ottagono regolare di 16,50 mt con otto
torrioni ottagonali. Il materiale utilizzato per la sua costruzione
e' una miscela di calcare, marmo e breccia corallina. Al pianterreno
sono presenti otto stanze trapezoidali.
Il cortile interno presenta, anch'esso, una forma ottagonale. L'impressione
ottica che si ha quando si sosta nel cortile e' quella di essere
immersi in fondo ad un pozzo. Al centro del cortile, al tempo di
Federico II, era presente una vasca di marmo ottagonale, probabilmente
simboleggiante la coppa del santo Graal.
Il primo piano si presenta piu' decorato rispetto al pianterreno.
E' interessante notare come in tutte le sale del primo piano siano
presenti dei camini. Infine, di rimarchevole importanza e' la tessitura
muraria a opus reticularum tipicamente romana.
3. IL SOLE E CASTEL DEL MONTE: I SIMBOLI DI UNA SCIENZA SACRA.
Chi va in Piazza S. Pietro a Roma vede sul selciato i segni zodiacali.
A mezzogiorno del giorno in cui il Sole entra nel segno zodiacale
corrispondente e l'ombra dell'obelisco indica il simbolo del segno
zodiacale. Tale allineamento astrale si verifica similarmente a
Castel del Monte. Infatti, a mezzogiorno dell'equinozio di autunno
(Bilancia), 23 settembre, il palo gnomone di 20,50 mt proietta un'ombra
lunga quanto il cortile, all'entrata dello Scorpione l'ombra si
proietta sulla larghezza delle sale del castello, all'entrata del
Sagittario l'ombra lambisce la circonferenza esterna al castello,
all'entrata del Capricorno si arriva alla recinzione ora inesistente.
Interessante il rapporto con l'analemma di Vitruvio ovverosia il
celebre disegno geometrico in base a cui si stabiliscono i segni
zodiacali dalle ombre di un bastone: l'ombra del nostro grande bastone
(gnomone di 20,50 mt) proietta l'ombra: - Al solstizio dÕestate
sul primo bordo della vasca - Al 22 luglio (Leone) sul sedile della
vasca - Al 22 agosto (Vergine) sul secondo bordo della vasca - Al
23 settembre (Bilancia) in corrispondenza della larghezza del cortile
- Al 23 ottobre (Scorpione) in corrispondenza della larghezza delle
sale - Al 22 novembre (Sagittario) in corrispondenza della circonferenza
teorica in cui e' inscritto il castello - Al 21 dicembre (Capricorno)
in corrispondenza della recinzione oggi scomparsa. L'unico neo di
Castel del Monte e' che l'ottagono del cortile non e' regolare (tutti
i lati sono in effetti diversi). Ma tale apparente imprecisione
e' voluta al fine di ottenere un altro importante elemento cosmico:
congiungendo gli angoli opposti, si otterranno degli angoli di 47,6
gradi, esattamente il doppio dell'inclinazione dell'asse terrestre
(27,33). La terra compie un giro intorno al suo asse ogni 26.000
anni (precessione degli equinozi): la terra a Castel del Monte e'
rappresentata dalla vasca che manca perche' distrutta. Essa, essendo
al centro di tutto, riflette l'allora valida concezione geocentrica
Tolemaica. Altro elemento magico che emerge analizzando la struttura
di Castel del Monte e' il numero 1,618: la divina proporzione. Nelle
sale trapezoidali il lato maggiore e' uguale al lato minore per
1,618 e se dividiamo il lato minore per la radice di due (1,272)
<ETH> altro numero di estrema importanza simbolica - otteniamo
la larghezza della sala.
I punti in cui sorge e tramonta il sole determinano 4 vertici di
un rettangolo in divina proporzione. Da tale cura per l'ottenimento
di componenti strutturali coerenti con questo numero aureo e' possibile
evincere il sodalizio dell'imperatore con il matematico Leonardo
Fibonacci da Pisa, tra i piu' celebri del tempo.
Il portale, vero e proprio capolavoro, e' considerabile una perfetta
miscellanea di anticipazioni rinascimentali e reminiscenze gotiche.
Dal punto di vista geometrico e' un pentagono con dentro una stella
a cinque punte: anche in tal caso ritorna il concetto di divina
proporzione. La circonferenza che contiene il pentagono ha un raggio
di 5,5 mt ovverosia 10 cubiti sacri (cm 55) come il tempio di Salomone
a Gerusalemme. La stella a cinque punte e' identificabile con il
simbolo di uomo simile a quello pensato da Agrippa di Netesheim
(uomo microcosmo). Simbolicamente il portale e' l'uomo che parte
per il suo viaggio iniziatico (l'uomo che attraversa la porta, l'uomo
che muore e nasce per la seconda volta = arya etc.).
Su ognuna di cinque delle otto torri sono presenti delle cisterne
pensili e all'interno del castello sono identificabili cinque camini
(acqua e fuoco). Tali corrispondenze possono essere qualificate
come delle ammonizioni all'adepto che inizia il viaggio: l'acqua
(battesimo) sicuramente non bastera' ma ci vorra' il fuoco interiore
(coraggio/ardimento). Il Castello e' orientato con in punti cardinali
e guarda a Est. Da cio' consegue che, agli equinozi, il primo raggio
entrava nella finestra del piano superiore e usciva dall'altra finestra
affacciandosi sul cortile in un riquadro in cui vi era un bassorilievo
greco in cui una dama (Terra) riceveva dei doni da alcuni cavalieri.
In una sala e' presente ancora oggi un mosaico che riporta antiche
pratiche magiche: due quadrati disegnati orientati verso i punti
cardinali con un cerchio per ogni angolo. Il mago si poneva nel
cerchio centrale e i quattro adepti nei cerchi laterali. Fuori del
quadrato e' visibile il segno di Salomone (stella a sei punte):
due triangoli equilateri (uomo, fuoco, Sole, montagna e donna, grotta,
acqua, Luna).

4. APPENDICE: CENNI BIOGRAFICI.
Nato a Iesi nel 1194 e morto a castello di Fiorentino nel 1250,
figlio dell'imperatore Carlo VI e di Costanza d'Altavilla, fu posto
nel 1198, dopo la morte dei genitori, sotto la reggenza del papa
Innocenzo III. Figlio dell'imperatore Enrico Vi e di Costanza d'Altavilla
fu imperatore dal 1220 al 1250. Incoronato re di Sicilia nel 1198,
fu implicato nella lotta tra i feudatari tedeschi che si contendevano
l'influenza politica nel regno. Si uni' in matrimonio nel 1209 a
Costanza d'Aragona.
In un primo momento il papa era totalmente contrario all'unificazione
sotto la sua figura del regno di Sicilia e della corona imperiale;
in seguito, con l'aumento del potere del duca Ottone di Brunswick,
divenuto imperatore e desideroso del regno normanno, il papa appoggio'
la sua elezione a re nel 1212 a Francoforte.
Federico promise al nuovo papa Onorio III una crociata e, nel 1220
(22 novembre, divenne imperatore. Rientrato in Sicilia opero' un
forte rinnovamento consistente nei seguenti punti:
- riaffermazione del potere regio contro quello feudatario;
- riorganizzazione dei sistemi amministrativi e giudiziari;
- fondazione di una nuova classe di funzionari a lui fedeli (es.:
Roffredo da Viterbo e Pier delle Vigne).
Nel 1227 parte per la prima crociata dietro minaccia di scomunica
di Gregorio IX; avversita' e imprevisti (tra cui un'epidemia) lo
costrinsero a rimpatriare e, conseguentemente, fu colpito dalla
promessa scomunica. Ripartito nel 1228, mediante un accordo con
il sultano Al-Kamil, fu incoronato re di Gerusalemme, Nazareth e
Betlemme il 18 marzo 1228. Rientrato in Italia, fu costretto dal
papa alla pace di Ceprano (1230). Promulgate le costituzioni Melfitane
nel 1231 (tasse adeguate, incentivi al commercio e alla produzione),
inizio' a dirimere la questione dei comuni lombardi che si erano
uniti con il papa: con la dieta di Ravenna ribadi' l'autorita' imperiale
sopra tali comuni (dicembre 1231). In Sicilia, lo splendore raggiunto
sotto la sua reggenza e' testimoniato dall'emissione della prima
moneta aurea dai tempi dei Carolingi (augustale). Sedata la ribellione
organizzata dal figlio Enrico in Germania nel 1234, ottenne l'appoggio
dei principi contro i comuni nella Battaglia di Cortenuova (27 novembre
1237) ove inflisse una sonante sconfitta alla lega lombarda. Federico
riceve nel 1239 una seconda scomunica (concilio di Lione) in quanto
il matrimonio del figlio Enzo con Adelasia Visconti privava la Chiesa
del dominio sulla Sardegna. Il successore di Gregorio, Innocenzo
IV, lo depose, lo scomunico' per la terza volta e bandi' contro
di lui una crociata di tutti i cristiani.
Nel 1248, l'imperatore subi' una grave sconfitta a Parma e nel 1249
il figlio Enzo cadde nelle mani dei Bolognesi che lo tennero prigioniero
fino alla morte (1272).
Nel 1250, Federico II trovo' la morte per un attacco di dissenteria.
Poeta egli stesso promosse la cultura latina, greca e araba nel
suo impero e fondo' nel 1224 l'universita' di Napoli. Sotto il suo
impero, si sviluppo' la scuola medica di Salerno. Oltre alla poesia
coltivo' in prima persona l'astronomia, la filologia, la geografia
e le scienze. Considerato un "secondo Cristo" incarno'
perfettamente la dottrina degli avatara (cfr. Gioacchino da Fiore)
e rispetto' l'Islam dando cosi' adito alle malignita' avversarie
secondo cui era il nuovo "Anticristo". Naturalmente dal
giorno della sua morte si scateno' una damnatio memoriae per i discendenti
dello stupor mundi: "Guai a lasciare a quest'uomo e alla stirpe
viperina lo scettro col quale dominava il popolo di Cristo"
e "estirpate nome, corpo, seme ed eredi del babilonese"
sono solo due dei numerosi anatemi pronunciati da papa Innocenzo
IV seguiti alla lettera da Urbano IV e Clemente IV. Il nipote Federico
mori' ventenne, Enrico Carlotto quindicenne, Corrado mori' di malaria
nel 1254 e, una volta sepolto, la sua bara fu data alle fiamme a
Messina, Manfredi fu sconfitto e mori' a Benevento nella battaglia
contro Carlo d'Angio', la moglie fu incarcerata e mori' dopo cinque
anni di torture. Tre suoi figli furono imprigionati a Castel del
Monte senza mai vedere altro che le catene, Corradino fu decapitato
a Napoli il 29 ottobre 1268.
L'idea
della renovatio imperii nell'opera di Federico II
di Andrea Nuzzi
La
parabola esistenziale dell'imperatore Federico II rappresenta un
chiaro esempio dell'idea di predestinazione dal momento che, sin
dai primi anni della sua vita, e' riconoscibile una volonta' incrollabile
di ricostituzione di quell'ordine tradizionale andato perduto con
la scomparsa dell'impero romano.
Lo stupor mundi questo l'appellativo con cui veniva chiamato dai
contemporanei e' stato mosso in tutte le azioni della sua esistenza
dal tentativo di rinvigorire quelle forze che per alcuni secoli
parevano ormai sopite vista la crescente tendenza dei sovrani nazionali
ad interessarsi unicamente di vicende particolari trascurando l'aspetto
universalistico: in tale opera, ha assunto importanza essenziale
il concetto di renovatio imperii dal momento che, sotto le insegne
imperiali, Federico II riusci', almeno per qualche decennio, a ricostituire
un ordo superioris sovraterreno sulla cui base fondo' uno stato
tradizionale. Lo scopo di tale breve contributo consiste nell'analizzare
le modalita' con cui Federico II porto' a compimento quest'opera
immensa e, compatibilmente con i limiti di chi scrive, approfondire
le motivazioni profonde che spinsero lo stesso ad intraprendere
questo disegno.
In via preliminare, va rilevato come la portata delle seguenti note
e'di carattere puramente introduttivo vista la vastita' dell'argomento
in parola. Per chi fosse interessato ad approfondire le tematiche
in modo piu' rigoroso, consigliamo la splendida opera di Ernst Kantorowicz
"Federico II Imperatore".
Un primo aspetto di indubbia rilevanza nelle nostre analisi consiste
nel ricordare che le condizioni politiche in cui versava l'Italia
allÕepoca in cui nacque Federico II erano connotate dalla
presenza di una curia romana dotata di un potere enorme che, grazie
alla Donatio Constantinii documento riconosciuto come falso, si
era appropriata non solo a livello spirituale ma anche politico-simbolico
delle prerogative connaturate ad un sistema di governo imperiale;
non a caso, tale opera si tradusse con l'appropriazione della formula
Ego sum Caesar, Ego Imperator da parte dei papi (cfr. Kantorowicz,
pag. 36 e ss.). Date queste condizioni di partenza, l'opera di Federico
II appariva perlomeno titanica dal momento che la situazione politica
italiana sembrava cristallizzata dall'immobilismo generale. La fortunata
e felice cavalcata verso la Germania, intrapresa in piena eta' adolescenziale,
dimostro' come il fato fosse dalla sua parte dal momento che una
serie di coincidenze fortunate gli permise di varcare le Alpi e
inoltrarsi in terra tedesca senza dover ricorrere ad alcuno scontro
di rilievo; e proprio dalla Germania che, paradossalmente, lo Staufen
intraprese la missione di romanizzazione dell'impero. Vero e' che
tutte le variegate componenti delle popolazioni germaniche di quel
periodo ritenevano di essere indissolubilmente legati al popolo
romano. E la grandezza dello stratega unita alla predestinazione
e' evidente proprio in siffatti contesti dal momento che egli comprende
la presenza di elementi in fieri o allo stato latente che vanno
unicamente riscoperti piuttosto che creati: egli comprese che le
affinita' spirituali e materiali del popolo tedesco con quello romano
erano cos“ spiccate che la traslazione di elementi costitutivi
del sistema politico imperiale romano in Germania era di semplice
realizzazione.
In tal senso, va sottolineato come, in questi anni, il diritto romano
fa il proprio ingresso ufficiale in Germania dando vita a quella
splendida combinazione di pragmatismo (ius romanorum) ed esattezza
nella definizione dei concetti giuridici che caratterizza ancor
oggi le famiglie Germanistiche del diritto. In modo simmetrico,
lo Staufen si dedico' alla rinascita dello studio del diritto romano
mediante il progetto di rinnovo dell'universita' di Napoli intrapreso
nel 1234: a titolo di digressione, si ricordi come lo ius ritorno'
ad essere un aspetto non solo connesso con fattori di carattere
materiale e pragmatico ma anche con tematiche relative all'interpretazione
della giustizia divina quale causa fondante lo stato delle res humanae.
Non a caso l'assertore unico della verita' imperiale, il rappresentante
diretto della volontˆ di Federico fu un giurista - Pier delle
Vigne - che il Kantorowicz ricorda essere chiamato logoteta ovverosia
ordinatore delle parole.
Federico II, a riprova di quanto sopra ricordato, fu incoronato
imperatore secondo l'antica cerimonia riservata ai Cesari: imperatore
dei romani diede cos“ nuovo senso al rito originario. Ottenuto
il riconoscimento ufficiale della sua missione universale di reggitore
del mondo, Federico allarga i confini del suo impero alla Terra
Santa ove, il 18 marzo del 1229, si svolse nella chiesa del Santo
Sepolcro a Gerusalemme la piu' memorabile autoincoronazione imperiale
che la storia ricordi fino a Napoleone. L'imperatore dei romani
aveva cosi' simbolicamente ristabilito l'ordine: il potere spirituale
e temporale erano finalmente ricongiunti nella figura del monarca
universale in tal modo ponendosi al di sopra della stessa autoritˆ
papale.
Renovatio iuris e renovatio dell'antico ordine sovvertito dalla
dominazione della curia romana in base alla gia' citata donatio:
queste le chiavi di volta dell'opera di Federico, nuovo Augusto
che ha ai suoi piedi tutto il mondo conosciuto di allora e che governa
l'orbe terrarum mediante la pax romana. La rinnovata coscienza della
romanita' dell'impero si ripercuote necessariamente sugli eserciti
comandati dallo Staufen che avanzano al grido di "Miles Roma!
Miles Imperator!" servendo il loro condottiero felix victor
ac triunphator.
Il magnetismo esercitato dalla capitale del mondo nei confronti
della stirpe staufica rappresenta una delle motivazioni principali
della concezione teleologico-finalistica dell'opera dell'imperatore
che, conquistato sul campo il diritto a reggere il sentiero evolutivo
dei destini di tutto il mondo conosciuto, si appresta ad intraprendere
la sua opera di reductio ad originem degli aspetti spirituali, teologici,
religiosi, politici, istituzionali, legislativi e relativi al ripristino
dell'avito mos maiorum in un clima di diffusa euforia e fiducia
da parte dei popoli governati nei suoi confronti.
A tale proposito, si ricordi il periodo particolare in cui viveva
l'imperatore: lungi dall'essere un'epoca buia come superficialmente
asserito dalla storiografia ufficiale moderna, il Medio-Evo, superate
le ansie millenariste, e' caratterizzato dal riemergere in forma
latente di alcune di quelle forze che operavano in seno allÕimpero
romano e che rappresentarono uno dei fattori originari degli ordini
cavallereschi. Una visione della storia maggiormente avveduta, anche
se relegata ancora in posizione marginale dal paradigma dominante,
considera quanto sopra riportato nell'opera di periodizzazione della
splendida primavera rinascimentale dal momento che l'origine della
stessa viene ricollocata temporalmente proprio a cavallo tra il
dodicesimo e il tredicesimo secolo (1100-1200).
Testimonianza reale di cio' e dell'influenza dell'opera federiciana
in questa rinascita dei valori tradizionali e' riscontrabile nell'ordine
dei cistercensi che furono uno degli assi portanti della sua politica:
dal punto di vista architettonico/artistico, cio' si tradusse, da
un lato, nella poesia dei trovatori e, dall'altro, nella creazione
degli incantevoli chiostri e dei conventi di stile gotico dell'ordine.
Altro elemento caratterizzante l'idea della renovatio imperii si
concretizza nel ripristino di un culto solare per l'Imperatore.
In quest'ottica, una precisazione e' doverosa: la popolazione abitante
l'area di dominio imperiale era, quasi per intero, cristiana e Federico
II, conscio di cio', si dimostro' piu' volte spietato nel reprimere
le eresie dimostrandosi un vero campione della difesa del cattolicesimo.
Ciononostante, analizzando la letteratura celebrativa del tempo
si riconosce la volonta' di identificare la forza imperiale nel
motore immobile aristotelico al centro del sistema. In effetti tale
concezione possiede in fieri la metafora dantesca delle due luci
(sole e luna quali impero e chiesa): il primo virile e olimpico
pianeta, la seconda femminile e mutevole satellite. Gia' alla nascita,
l'Imperatore fu acclamato come re del sole da Federico di Antiochia
e alla morte, dal figlio Manfredi: tramontato e' il sole del mondo
che splende sopra le genti; tramontato e' il sole della giustizia,
colui che dava la pace (Cfr. Kantorowicz, pag. 684).
Naturalmente questo tentativo rettificatore dell'ordine tradizionale
ebbe delle importanti conseguenze in termini di realpolitik dal
momento che papa Gregorio, ancora scottato per il trionfo inatteso
dellÕimperatore in Terrasanta, non esito' a dichiarare eretica
tutta la nobilta' filoimperiale dell'area laziale distruggendo presidi,
ville e castelli e facendo incetta di marmi estremamente utili per
le cave papali (sic!) ma naturalmente non poteva mancare la seconda
scomunica avvenuta la domenica delle palme del 1239. A nostro avviso,
la lotta tra lo Staufen e i quattro papi succedutisi durante la
sua vita fu essenzialmente spirituale e la ragione principale dell'asperrimo
trattamento riservato all'Imperatore da parte della curia risiede
proprio nell'opera di renovatio imperii che implicava necessariamente
il ricongiungimento nella sua figura dell'autorita' spirituale e
temporale artificialmente separate negli ultimi anni di vita dell'impero
romano. Testimonianza di cio' e'il fatto che i papi reagirono a
questa rivoluzionaria opera di rettificazione con un’arma
spirituale (la scomunica, pur avendo un valore eminentemente politico)
e, secondariamente, mediante azioni di politica reale (alleanze
con tutti gli avversari dell’imperatore - persino gli infedeli
musulmani).
Ma la grandezza dell'Imperatore si tradusse non solo nell'assurgere
a nuova autorita' spirituale mediante l'utilizzo delle forze piu'
vivide presenti sul suolo italiano ma anche nel creare ex novo un
apparato burocratico di primo ordine direttamente alle sue dipendenze
che potesse contrastare l'opera della curia romana. Il territorio
italiano fu pertanto organizzato nuovamente seguendo la duplice
esigenza di rappresentare l'autorità politico-spirituale
dell'Imperatore e di controllare pericolose deviazioni dal disegno
complessivo: l'impero in tal senso e'per definizione universalistico
e la sua sopravvivenza passa per combattere in ogni modo deviazioni
particolaristiche come quella lombarda. A titolo conclusivo, considerando
l'argomento di tale breve e superficiale contributo, appare utile
ricordare il tentativo di Federico di entrare da imperatore in Roma:
richiamato dalle forze filoimperiali della nobilta' romana, Federico
II, in una cavalcata trionfale, si presento' di fronte a Roma ma,
incredibile a dirsi, ma non troppo, come gia' accaduto in altre
occasioni al popolo italiano, gli abitanti di Roma, impauriti dagli
strali lanciati dal pontefice, abbandonarono colui che fino al giorno
precedente era stato acclamato al grido Ecce salvator! Ecce imperator!
Veniat, veniat imperator!
In quel preciso istante si comprese l'impossibilita' di portare
a termine compiutamente il disegno federiciano di ricreare l'ordine
imperiale romano, disegno tanto ambizioso quanto impossibile da
realizzare dal momento che le forze spirituali che potevano sorreggere
tale progetto erano oramai sopite.
Falli' uno degli ultimi tentativi di vincere con l’ordo superioris
il particolarismo nazionalistico che sempre ha caratterizzato il
continente europeo: come gia' detto, l'opera rimase praticamente
incompiuta sia per le condizioni di carattere oggettivo cui accennavamo
sopra che per l'attivita' dei quattro papi (Innocenzo III, Onorio
III, Gregorio IX e Innocenzo IV) che caratterizzarono il periodo
di Federico II.
Ma il suo ambizioso tentativo, pur avvicinandosi come mai ad un
obiettivo apparentemente irrealizzabile, rappresento' la fine della
stirpe staufica visto che i suoi discendenti conobbero una vera
e propria damnatio memoriae: uno ad uno i suoi discendenti furono
barbaramente uccisi e/o imprigionati - la luce cristallina e pura
degli Hohenstaufen fu relegata all'abisso dell'oblio. Dannato Enzio,
dannato Manfredi dannato Corradino l'aquila dell'impero romano smise
definitivamente di volare e con essa il sogno della stirpe predestinata
a realizzare tale sogno.
La
tradizione giapponese della cerimonia del te' :
un profilo introduttivo
di Andrea Nuzzi
In
nessun altro Paese del mondo il te' ha assunto un'importanza cosi'
spiccata come in Giappone dal momento che in esso si fonde inscindibilmente
con aspetti di carattere tradizionale e spirituale-religioso; questo
elemento peculiare si traduce nel fatto che esiste un'arte tradizionale
giapponese, il Cha-do, letteralmente la via del te', la cui codificazione
risale a circa 500 anni fa. Lo scopo di tale breve contributo consiste
nel fornire al lettore degli elementi utili per la comprensione
degli aspetti pi? significativi dell'arte marziale in parola, chiarendo
gia' in via preliminare che il miglior modo per raggiungere tale
scopo si ottiene sperimentando in prima persona la pratica.
Etica ed estetica nella cerimonia del te'
La cerimonia del te' rispecchia alcuni dei punti essenziali della
tradizione dell'estremo oriente dal momento che essa fonde con mirabile
naturalezza aspetti sia etici che estetici: in effetti, uno tra
gli scopi ultimi della cerimonia puo' essere individuato nella realizzazione
di una serie di azioni con piena consapevolezza, elemento strumentale
al raggiungimento di una serenita' da ottenere non solo durante
la pratica ma anche e soprattutto nella vita di tutti giorni. Immaginando
un sentiero di sviluppo della pratica, chi si avvicina alla stessa
dovra' in primo luogo apprendere una serie di dettagli tecnici,
prenderne consapevolezza e ripeterli con naturalezza per poi potersi
concentrare sui concetti essenziali e superiori dell'arte, quelli
riguardanti la sua formazione caratteriale. Come sopra rilevato,
nell'esecuzione della cerimonia del te', anche l'estetica ha un
suo ruolo precipuo; occorre pero' chiarire che l'eleganza, la leggiadria,
la grazia, l'armonia sprigionata da un praticante esperto non sono
da intendersi ne' con una connotazione teleologica ne' strumentale
al raggiungimento di qualche ulteriore finalita'.
In sintesi, tale visione dell'estetica non va confusa con il concetto
dell'estetica per l'estetica, ovverosia con il perseguimento del
bello quale unico fine dell’esecuzione, nella cerimonia del
te' la bellezza emerge naturalmente come una conseguenza della pratica.
Per chiarire meglio la portata di tale concetto, sembra utile ricordare
che non esistono atti senza un'utilita' pragmatica e superflui,
tesi all'abbellimento dell’esecuzione: se, durante la cerimonia,
si utilizza un fazzoletto di seta per pulire il ramo di bambu' che
servira' per inserire il te' nella tazza, per quanto elegante possa
essere la gestualita' nel farlo, il fine e' strettamente pratico!
Lo stesso vale per gli oggetti: anche se gli stessi raggiungono
ormai livelli di splendore estetico notevolissimi, la loro funzione
e' di carattere puramente pratico e, nelle radici della cerimonia
del te', e' chiara la volonta' di ridurre al minimo il superfluo,
il di piu'.
La cerimonia
Ma come si svolge una cerimonia del te'? La prima notazione di rilievo
da ricordare in questa sede e' che la cerimonia del te' attribuisce
un'importanza essenziale alla preparazione degli utensili, della
stanza e dell'ambiente in cui si svolgera': l'ospite deve predisporre
il tutto alla perfezione in modo che l'invitato possa sentirsi a
proprio agio. Nessun dettaglio va trascurato. La stanza del te'
rappresenta un vero e proprio microcosmo vivente in cui si percepisce
la cura con cui essa e' stata preparata: tutto e' vivo a cominciare
dai materiali con cui essa e' composta (legno, carta di riso, paglia).
In Giappone, se inserita all'interno di una casa, l'invitato potra'
ascoltare l'incessante musica dell'acqua che, con un ritmo misurato,
scandisce il tempo; ogni istante sembra infinito, per un attimo
si puo' comprendere lo sfuggente concetto di istante di durata.
Le porte scorrevoli (shoji) dividono i vari ambienti della casa
non in modo radicale e netto, come negli occidentali appartamenti,
ma in modo impercettibile, come se si volesse ottenere uno stato
di permanente osmosi tra essi; anche l'ingresso della luce non e'
impedito ma filtrato dalla carta di riso, conferendo cosi' alla
casa in generale e alla stanza del te' in particolare un livello
di luce adatto per stimolare lo spirito contemplativo. Tradizionalmente,
l'invitato giunge presso la stanza del te' dopo aver attraversato
un giardino curato secondo i canoni della filosofia zen il cui scopo
precipuo consiste nel preparare l'animo dell’ospite a ricevere
e offrire al tempo stesso serenita': esso rappresenta una volta
ancora una meravigliosa esemplificazione della perfetta integrazione
tra natura ed opera umana. Attraversando tali giardini si ha l'impressione
di entrare in un cosmo a parte: esempi unici di giardini zen sono
tuttora conservati presso le ville imperiali soprattutto nell'area
di Kyoto ed, in particolare, piace in questa sede ricordare quello
della villa di Katsura che conduce ad una stanza del te' da cui
la sera ? possibile ammirare il riflesso della luce lunare nello
stagno della villa.
La stanza si compone di alcune stuoie (tatami) , ove e' inserita
una piccola nicchia (tokonoma) che contiene la composizione floreale
(chabana) e una calligrafia giapponese su un rotolo di carta di
riso che riporta il piu' delle volte una massima zen; un braciere
(furo) e una teiera (kama) completano la stanza.
L'invitato, entrando nella stanza del te' si inchina in senso di
rispetto e poi osserva attentamente ogni singolo particolare della
stessa apprezzando anche l'aspetto estetico della composizione floreale
che l'ospite ha espressamente preparato per lui. Preliminarmente
alla cerimonia, l'ospite ha pulito tutti gli oggetti in senso di
rispetto sia verso gli stessi che verso l'invitato, operazione che
simbolicamente riecheggia una pulizia e una preparazione interiore
alla cerimonia e che verra' ripetuta un'altra volta di fronte all'invitato.
Inoltre ha preparato mediante una cerimonia particolare il carbone
all'interno del braciere; dopo tali attivita' preliminari, l'ospite
offre dei dolci agli invitati che siedono in ordine gerarchico e
che curano di chiedere il permesso agli altri prima di mangiare
gli stessi e che ringraziano l'ospite per l'offerta; a questo punto,
ricevono il te' dall'ospite, lo ringraziano, chiedono il permesso
agli altri invitati e offrono anche un giudizio sulla bonta' del
te' all'ospite; infine chiedono a quest'ultimo di poter osservare
gli oggetti utili alla preparazione del te' e ne chiedono provenienza,
stile, tipologia di manifattura e chi ne e' l'autore. L'ospite dopo
aver preparato il te' per tutti gli invitati esce dalla stanza e
ringrazia con un profondo inchino gli stessi che ricambiano; soli
nella stanza questi osservano con lo stesso rispetto di quando sono
entrati tutti i particolari manifestando questo sentimento con profondi
inchini verso i singoli elementi costitutivi della stessa.
I principi base
Posto quanto sopra, riteniamo che la cerimonia del te' rappresenti
una delle migliori espressioni dello spirito tradizionale giapponese:
in essa si possono riconoscere l'amore dei giapponesi per la riservatezza
e per il silenzio; per alcuni momenti solo un silenzio sereno parla,
l'unico suono e' quello dell'acqua posta nel braciere riscaldata
dal carbone che ricorda il suono del vento che filtra tra gli alberi
di una foresta. L'odore dell'incenso che brucia lentamente sul carbone
riempie la stanza e mette gli ospiti nella predisposizione adatta
per ricevere; il naturale profumo del te' verde giapponese, che
non attraversa alcun processo di raffinazione nella sua produzione
al contrario del te' occidentale (English style), si spande gradualmente.
Ogni singolo suono rappresenta un codice per avviare altre operazioni
nella cerimonia del te' in una perfetta danza coordinata tra ospite
ed inviatati.
Sostrato etico di tutto cio' sono i quattro principi base della
cerimonia del te', che, da cinque secoli a questa parte, ispirano
tutte le scuole e i praticanti delle stesse. Essi sono armonia,
rispetto, purezza e pace/serenita' interiore.
L'armonia si concretizza nella predisposizione di un clima di calma
nella cerimonia in cui la personalita', l'ego, i conflitti vengono
lasciati simbolicamente al di fuori del microcosmo della stanza
del te': l'ospite dovrebbe offrire serenita' agli invitati ed, in
effetti, se teso, offre tensione agli stessi. Rispetto nei confronti
degli altri partecipanti, delle regole della cerimonia e degli stessi
oggetti con cui si svolge la cerimonia del te' che, simbolicamente,
possiedono una faccia e un retro.
Purezza nel senso di purificazione di tutto quanto e' personale
e sovrastrutturale, che possa ostacolare la condivisione dello stato
di serenita': la pulizia degli oggetti prima della cerimonia rappresenta
proprio tale passaggio. Serenita' interiore quale tentativo di stimolare
in se stessi uno spirito contemplativo che permetta di apprezzare
tutti i dettagli della cerimonia, dai piu' materiali (gli oggetti)
ai piu' spirituali (l'armonia tra ospite e invitati che si respira
durante la cerimonia).
Questi quattro principi di base implicano che il praticante si dovra'
relazionare con tutto, persino con gli oggetti, con amore, cura
ed attenzione senza indulgere a lamentarsi se sorge qualche problema
ma essendo sempre pronto ad affrontare l'imprevisto: anche le regole
che, come sopra descritte, sembrano estremamente rigide vanno assolte
con la massima armonia e naturalezza. La preparazione della cerimonia
diventa cos“ uno strumento per purificare il proprio cuore:
liberi da aspettative, in uno stato di calma, serenita', pace, silenzio
interiore e armonia si assapora il te' verde.
Ichigo ichie: una vita, un incontro
Un discepolo pose un giorno il seguente quesito a Sen Rikyu: "Puoi
dirmi con precisione quali siano le cose piu' importanti da comprendere
e ricordare in una Riunione del te'?" Il Maestro rispose: "Prepara
una tazza di buon te'; disponi il carbone di legna in modo che scaldi
bene l'acqua; disponi i fiori cosi' come sono nei campi; in estate
suggerisci il fresco, in inverno il caldo; che tutto sia pronto
in anticipo; sii preparato per la pioggia; sta bene attento alle
persone che riunisci in un invito". Il discepolo, deluso perche'
non trovava nulla che gli rivelasse il segreto della pratica, esclamo':
Ma tutto questo lo so gia'! Rikyu rispose: "Ebbene! Se tu puoi
ospitare una Riunione del te' senza trascurare nessuna delle regole
che ti ho appena enunciate, io diventero' tuo discepolo". L'esempio
sopra riportato dimostra come la cerimonia del te' poggi su una
semplicita' di fondo che dovrebbe influenzare tutti gli aspetti
della pratica: il punto essenziale da non trascurare e' l'attenzione
per i dettagli da curare nel tentativo di mettere a proprio agio
l'invitato.
Tale elemento suggerisce l'importanza del rapporto tra ospite ed
invitato magistralmente sintetizzato dal detto ichigo ichie (una
vita, un incontro): infatti nella cerimonia del te' non rileva tanto
la performance di perizia tecnica e di padronanza dei movimenti
codificati quanto l'importanza della relazione che si stabilisce
tra ospite ed inviato. L'ospite mette il meglio di se stesso nel
preparare il te' per l'invitato ed e' sua responsabilita' se quest'ultimo
non raggiunge uno stato di armonia. Appare sensato sottolineare
che, per trovare tale concetto di ospitalita', bisogna tornare indietro
di un paio di millenni ai tempi dell'antica Roma e forse ancor di
piu' nell'Ellade ove l'ospita' era sacra; il momento che l'ospite
e l'invitato condividono e' unico e irripetibile. Qui ed ora si
realizza la magia dell'incontro, e ogni volta si dovrebbe ripresentare
l'irripetibile magia del primo incontro.
La capacita' di assolvere a tale compito si potra' raggiungere solo
dopo moltissimi anni di pratica costante in cui il praticante dovrebbe
mettere da parte l'ego e, calmo, ricettivo, in uno stato di umilta',
sbagliare, accettare i rimproveri del maestro, imparare prima con
la mente, poi con il corpo, essendo consapevole dell'infinita lunghezza
della via e cercando di trasferire progressivamente la pratica dal
momento della cerimonia alla vita quotidiana. Lo spirito zen che
informa la via del te' sgombra pertanto il campo da tutte le giustificazioni
e i tentativi di indulgere verso se stessi caratteristici dell'uomo
moderno e offre un'unica chiave per migliorare: la via secca della
pratica.
A titolo conclusivo, piace a chi scrive immaginare, in coerenza
con lo spirito ichigo ichie, la cerimonia del te' come momento di
incontro tra uomini i cui destini si incrociano per un attimo e
che, per motivi diversi, prendono strade separate pur partendo dalla
stessa radice. Come riportato dal seguente waka : Guardandomi attorno,
non vedo ne' fiori ne' foglie rosse autunnali. Una solitaria capanna
in riva al mare. Tramonto d'autunno.
Toro
Seduto e lo sterminio dei Sioux
di Romina Cometti
Stanziati
nelle terre delle Pianure Centrali, i Sioux si dividevano in diversi
rami. I Lakota erano i piu' occidentali delle tribu' e i Dakota
(semisedentari).
Tutte le tribu' Sioux appartenevano al gruppo linguistico siouan.
Il territorio delle grandi pianure si distende da nord a sud per
quasi duemila miglia. Dal North Saskatchewan River in Canada sin
quasi al Rio Grande in Messico.
I confini orientali coincidono approssimativamente con le valli
del Mississippi-Missouri, e quelli occidentali con le prime contrafforti
delle Montagne Rocciose. L'area complessiva e' di circa un milione
di miglia quadrate.
La Grande Riserva Sioux viene creata nel 1868 e copre un'area assai
vasta a ovest del fiume Missouri, nell'attuale South Dakota. La
regione comprende le Pa Sapa, o Black Hills, un'area ritenuta sacra
dai Lakota.
Sfortunatamente, dal 1875, il governo americano avvalla numerose
spedizioni alla ricerca di giacimenti auriferi, di fatto inesistenti,
nello stesso territorio riservato ai Sioux. Inizia cosi' una vera
e propria invasione del territorio lakota, che viola di fatto il
trattato del 1868. Fu nel marzo 1876 che inizia una nuova guerra,
in seguito al rifiuto di Toro Seduto, capo dei Sioux Hunkpapa, di
lasciare la zona del fiume Powder. Crook attacca i Sioux e loro
alleati Cheyenne quello stesso mese, ma l'offensiva viene abbandonata
per le pessime condizioni climatiche.
Nel frattempo, con il trascorrere dei mesi, si va formando, nella
valle di Little Big Horn, una delle massime concentrazioni di indiani
delle Pianure di cui si abbia notizia in epoca storica. I capi sono
lo stesso Toro Seduto e Cavallo Pazzo (capo di guerra Ogala) e l'insediamento
conta circa quindicimila persone. Tra il 17 e il 26 giugno dello
stesso anno, si verifica l'attacco americano al grande insediamento,
la sconfitta piu' bruciante per l’esercito di Custer e compagni,
ma che ha comunque come risultato un nuovo disgregamento delle tribu'
e solo alcune bande, ancora contrarie ai trattati, guidate da Toro
Seduto, Cavallo Pazzo, Cavallo Americano, Coltello Spuntato e Piccolo
Lupo, rimangono nella regione del fiume Powder, ma il loro futuro
e' ormai segnato. Alla fine dell’estate del 1876 Lakota e
Cheyenne vengono sconfitti. L' 8 settembre 1876, Buttes, Mills e
Crook attaccano il villaggio di Cavallo Americano distruggendolo
e uccidendo il suo capo. Nel novembre dello stesso anno viene distrutto
il villaggio di Coltello Spuntato.
A Cedar Creek, nello Yellowstone, il 20 ottobre 1876, il colonnello
Miles tratta con Toro Seduto che chiede la pace sulle vecchie condizioni
(liberta' di movimento e di caccia), ma pochi mesi piu' tardi, sulla
Wolf Mountain, nella catena di Big Horn, lo stesso Miles attacca
Cavallo Pazzo e i Lakota, distruggendo l'accampamento e mettendo
in fuga Cavallo Pazzo.
A marzo Toro Seduto si ritira, con circa novecento seguaci, in Canada
e a maggio Miles attacca e distrugge il villaggio dei Siox Miniconijou,
uccidendo i capi Stella di Ferro e Cervo Zoppo. Cavallo Pazzo si
arrende, ma il 7 settembre 1877, a Fort Robinson, nel Nebraska,
fa resistenza all'arresto e viene ucciso. Sempre a Fort Robinson,
nel gennaio 1879, i Cheyenne di Coltello Spuntato, arresisi per
fame, fuggono dalle baracche dell'esercito: sessantaquattro vengono
uccisi e cinquanta feriti. Nello stesso periodo i Lakota di Toro
Seduto iniziano il loro lento ritorno dal Canada al territorio degli
Stati Uniti, sfiancati dalla condizioni climatiche e dalla scarsita'
di selvaggina.
Il 20 luglio del 1881, alla testa di meno di duecento seguaci, Toro
seduto si arrende. Per due anni rimane prigioniero di guerra, ma
nel 1883 riesce a far ritorno alla riserva del suo popolo. Ma l'arrivo
di nuovi coloni e la costruzione di sempre nuove linee ferroviarie
faceva della Grande Riserva Sioux un ostacolo all'espansione verso
ovest. Nel 1889, dopo molte trattative e promesse mai mantenute,
vennero sottratte alla Riserva vaste aree, sebbene Toro Seduto si
opponesse. Tra il 1889 e il 1890 le condizioni dei Sioux erano ormai
sull'orlo della catastrofe. Le epidemie stroncano la popolazione
e l'organizzazione politica crolla. Vengono soppresse le loro cerimonie
religiose, come anche il diritto alla caccia. A questo si aggiunge
l'obbligo di mandare i bambini a scuola (Boarding Schools), dove
i piccoli dimenticano quanto ancora poteva essere loro trasmesso
dalla tradizione della tribu' e imparano a vivere secondo i costumi
europei.
Tutti gli antichi valori perdono via via di significato, non esistono
piu' le condizioni per la realizzazione di se' secondo la tradizione
della tribu'.
I Lakota perdono gradualmente il loro senso di identita' come popolo
e lo stesso accade alle altre tribu' delle Grandi Pianure. Da un
tale stato di avvilimento sorgono nuove credenze riguardo alla prossima
liberazione degli Indiani dal dominio dell'uomo bianco.
Palese frutto di sincretismi con la religione cristiana, la cui
dottrina si diffonde attraverso l'opera dei missionari, la profezia
piu' importante in questo periodo e' quella del dio Wovoka. Quest'ultimo
infatti, avrebbe presto riscattato il suo popolo dal dominio straniero.
La divinita' richiede nelle visioni dei capi e degli shamani che
si danzi per lui, e cosi' fanno diverse tribu' Sioux, con la Danza
degli Spettri (o degli Spiriti). Ma la proibizione di ogni cerimonia
trasforma il giorno del 15 dicembre 1890 nella triste data della
morte di Toro Seduto, colpito dal fucile di Tomahawk Rosso, proprio
mentre veniva arrestato.
Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il capo dei Miniconjou, Piede
Grosso (alla cui tribu' si erano uniti gli Hunkpapa di Toro Seduto,
a seguito della morte del loro capo) e circa trecento indiani, uomini
donne e bambini, vengono uccisi presso il torrente di Wounded Knee.
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