| |
Vae victis: piccole Norimberga crescono
La posizione di Fons Perennis in relazione alla sentenza
di Bagdad.
Il 5 novembre 2006 Saddam Hussein al-Majid è stato condannato
a morte in primo grado per crimini contro l’umanità.
Alla lettura della sentenza, il presidente della principale potenza
militare mondiale, nonché capo delle Forze Armate dell’esercito
di occupazione dell’Iraq, George W. Bush dichiara testualmente:
“L’uomo che seminò il terrore nel cuore degli
iracheni è stato costretto ad ascoltare gli iracheni liberi
che ne hanno denunciato torture e assassini. Le sue vittime hanno
ricevuto quella giustizia che si dubitava che si ottenessero”.
Il suo portavoce T. Snow si spinge ad affermare: “È
una bella giornata per l’Iraq, che ha mostrato di essere padrone
del proprio destino”.
Un altro processo farsa è stato celebrato e, come volevasi
dimostrare, gli organi di informazione si sono lanciati come api
sul miele su questa vicenda garantendole una sovraesposizione mediatica
di cui nessuno sentiva il bisogno.
Vista la situazione di palese violazione dei basilari diritti dell’uomo,
Fons Perennis ritiene opportuno manifestare la propria posizione
in merito.
In effetti, esprimere un punto di vista in relazione ad un processo
che ha visto la sostituzione del giudice Abdullah al-Amiri poiché
si era permesso di aver rivolto durante il dibattimento una frase
conciliante verso Saddam Hussein e l’omicidio di ben tre avvocati
del collegio difensore del leader iracheno sembra rappresentare
un’attività del tutto pleonastica.
Già da questi semplici dettagli, si comprende come si sia
trattato di uno spettacolo ad uso e consumo del tentativo statunitense
di giustificare una volta ancora l’ immotivata carneficina
perpetrata al popolo iracheno.
L’osservatorio statunitense Human Rights Watch ha definito
senza mezzi termini il processo come “non equo”. In
un efficace articolo, Maurizio Blondet cita una frase di Winston
Churchill il quale sosteneva che “di tanto in tanto gli americani
sentono il bisogno di farsi il bidet all'anima. Il guaio è
che poi vogliono far bere l'acqua a noi”.
Il giornalista puntualizza correttamente come la sentenza costituisca
“un’esecuzione extragiudiziale, decretata dai vincitori
contro i vinti per ragioni politiche e di propaganda”.
Il metodo è peraltro piuttosto collaudato!
Il primo e più celebre esempio su cui poi sono stati modellati
tutti i seguenti è il ben noto processo di Norimberga nel
quale le potenze vincitrici giudicarono i vinti violando il principio
base dell’irretroattività della legge penale in base
a cui nullum crimen, nulla poena sine lege: in quel caso –
si disse – questa forzatura era giustificata dalla rilevanza
dei crimini commessi.
Ma anche in questa eventualità la condanna a Saddam Hussein
si fonda su questo grimaldello giuridico poiché al tempo
in cui i crimini vennero commessi l’ordinamento iracheno non
prevedeva alcun riferimento in questo senso. Con tutto il rispetto
il paragone non regge.
Ciò che preoccupa maggiormente è che nello Statuto
istitutivo del Tribunale del 10 dicembre 2003 (cfr. http://www.cpa-iraq.org/human_rights/Statute.htm)
allestito dagli Stati Uniti per condannare (scusate: processare)
l’ex raìs di Bagdad viene espressamente cancellato
il principio di irretroattività per i crimini di genocidio,
crimini contro l'umanità e crimini di guerra (articoli 11,
12 e 13) e disposto che in questi casi la Corte possa esercitare
discrezionalità nella determinazione della pena (articolo
24 punto e).
Niente di più ad personam!!!
Questi dettagli non devono essere sfuggiti allo storico della Shoah
Frediano Sessi che sulle pagine del Corriere della Sera del 6 novembre
2006 asserisce: “purtroppo, sessant’anni dopo, siamo
ancora alla giustizia dei vincitori” o, ancor più,
a Danilo Zolo il quale sulle stesse colonne, commenta che Bagdad
è molto peggio di Norimberga: “qui non è neanche
giustizia dei vincitori, perché non è affatto sicuro
che gli Stati Uniti usciranno vittoriosi dall’Iraq. Il processo
è stato voluto da Washington, sulla base di uno statuto redatto
da giuristi americani, e manca di ogni legittimazione sulla base
del diritto internazionale come dell’ordinamento iracheno.
È solo uno strumento per giustificare una guerrra preventiva
motivata con evidenti imposture”.
Va sottolineato inoltre il fatto che la popolazione irachena si
opponga all’attuale stato di cose avendo scatenato una guerriglia
così accanita da indurre a pensare che la tanto declamata
liberazione sia sentita come una vera e propria tirannide!
La giustizia dei vincitori imperversa senza limiti di spazio e di
tempo: Ceausescu e Milosevic – quest’ultimo suicidato(si)
nella sua cella – sono altri celebri esempi; per il caso della
guerra in Serbia si pensi che il procuratore Carla del Ponte si
rifiutò di indagare sulle atrocità commesse dalla
Nato: evidentemente la giustizia è solo a senso unico.
È certo che in un mondo in cui vigesse davvero la giustizia,
sul banco degli imputati sarebbero dovuti finire i responsabili
dei più efferati crimini contro le popolazioni civili più
che un leader politico appoggiato fino alla fine degli anni ’80
dallo stesso regime che oggi lo considera colpevole: non stiamo
parlando dei 148 morti curdi del 1982 che hanno fatto condannare
Saddam Hussein a morte ma: del milione e mezzo di morti causati
dall’embargo in Iraq di cui oltre mezzo milione in età
infantile o, per ricordare di che pasta sono fatti questi esportatori
di giustizia e libertà, degli oltre 5 milioni di morti (di
cui 4 civili) nei dieci anni di guerra in Vietnam, degli oltre 200.000
morti di Dresda – la più bella città della Germania
– e Amburgo nei bombardamenti al fosforo del 1945 o dei 200.000
(alcune stime parlano addirittura di 350.000) degli attacchi atomici
su Hiroshima e Nagasaki.
Non risulta che alcuno dei responsabili sia mai stato processato;
al contrario, molti di loro vengono ricordati come eroi nazionali:
è evidente come la giustizia non sia di questo mondo ma –
e questi signori possono starne pure certi – la giustizia
universale e divina presenterà prima o poi il conto anche
ad essi!
Fons perennis vince!
|